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ANGELO SPINILLO E I SUOI DIECI ANNI DI AVERSA

Il Vescovo della Diocesi aversana raggiunge un importante traguardo.
Nell’intervista alcune riflessioni sul tempo trascorso insieme

di Achille Aurisicchio

In occasione dell’anniversario dei dieci anni del suo mandato di Pastore della Chiesa di Aversa, abbiamo
intervistato Mons. Angelo Spinillo per conoscere meglio il vescovo e fare qualche riflessione su questo tempo
trascorso insieme. Nel mezzo, dieci anni di Aversa tra fede, politica, cultura e costume.
Al nostro Vescovo formuliamo gli auguri di Osservatorio Cittadino, della sue redazione e di tutti i suoi lettori.
“Ringrazio di cuore l’Osservatorio Cittadino per la possibilità di dialogare con i lettori e, quindi, con la
nostra cittadinanza anche in questa occasione dei dieci anni della mia presenza come Vescovo di questa
Diocesi”.
Appena arrivato ad Aversa quali differenze ha riscontrato con la diocesi di Teggiano-Policastro?
Premetto che ho sempre ritenuto un’immensa grazia l’essere stato chiamato alla vita cristiana ed al
sacerdozio per servire la Chiesa. La consapevolezza di questa grazia mi ha donato la gioia di sentire
l’appartenenza alla comunità cui sono stato mandato e a desiderare di essere pienamente partecipe e
coinvolto nella sua vita. Nel tempo sono stato chiamato a camminare con diverse comunità ecclesiali e
sociali. Di ciascuna ho vissuto con gioia le ricchezze e ho sostenuto le fatiche. Le due Diocesi, di Teggiano-
Policastro e di Aversa, sono notevolmente differenti per la morfologia del territorio, per le potenzialità
dell’economia, per la situazione sociale, per la cadenza dialettale del linguaggio, e tuttavia assai simili per
le speranze e le delusioni che vivono le persone che vi abitano, per il bisogno di crescere spiritualmente e
umanamente. Diverso è invece il senso dell’essere comunità. Si comprende come, in paesi o cittadine di
dimensioni più piccole, il rapporto di conoscenza e di partecipazione degli uni alla vita degli altri, come
anche il rapporto con l’ambiente, sia differente rispetto a quanto si possa vivere o sentire in realtà urbane
di più ampie dimensioni. Al contempo, però, sicuramente posso dire che la creatività e la vivacità che si
trova nelle realtà urbane ed associative più ampie, si vive con maggiore fatica in quelle più piccole.
La comunicazione è sempre più immediata. Lei come usa i social?
Come uno che crede nelle potenzialità dei nuovi linguaggi informatici e delle tecnologie degli strumenti
che abbiamo oggi a disposizione, ma fa fatica a tenere il passo con tanta rapidità di innovazione. Mi faccio
aiutare e cerco di comunicare come mi è possibile.
Aversa città d’arte. La conosceva già? E come si è trasformata in questi 10 anni?
No. Non conoscevo Aversa. Posso dire di averla conosciuta in questi anni, e che, nel tempo, è cresciuta la
mia ammirazione per la storia della nostra città, di cui i notevoli edifici e le opere d’arte testimoniano la
vitalità religiosa, civile e culturale. Purtroppo, ho notato anche poca cura, anzi uno stato di quasi
abbandono del nostro patrimonio storico-artistico. Devo però dire che, in questi anni, ho visto crescere
tanta positiva sensibilità e un rinnovato senso di appartenenza civile e religiosa. Questo non solo è
garanzia per la custodia di tante opere d’arte, ma soprattutto esprime una nuova consapevolezza del
valore di ciò che è espressione del pensiero che nella storia ha guidato il crescere della vita della città, ed
ha espresso anche nelle arti la ricchezza del vivere comune.
Lei è stato vicepresidente dei Vescovi italiani. Che bilancio fa della sua esperienza?
Il quinquennio in cui sono stato Vicepresidente della CEI, mi ha offerto la possibilità di una ricca esperienza
nel cuore della Chiesa italiana. Ho imparato tanto e, soprattutto, ho potuto conoscere ed amare ancora
più tutta la Chiesa Italiana e la Chiesa universale, Cattolica.

Il nostro territorio è tristemente ricordato per il sacrificio di don Peppe Diana. A distanza di anni,
secondo Lei i giovani hanno compreso il messaggio espresso da quel sacrificio?
Non è facile rispondere a questa domanda. Sono passati, ormai 27 anni dall’uccisione di D. Peppe Diana.
Molte cose sono cambiate nella società umana. A volte sembra che le giovani generazioni non siano
interessate a guardare a modelli che non hanno conosciuto direttamente o che non siano stati impegnati
su ciò che è l’attualità della loro vita. Ovviamente questa non è una regola generale, a noi tocca il compito
di tenere desta l’attenzione su quanto D. Peppe ha imparato a combattere e al valore del bene comune
per cui è stato chiamato ad offrire la sua vita. A noi tocca sollecitare giovani e adulti, a vivere da
protagonisti nel bene, ad orientare la vita della società verso ciò che veramente è giusto e buono per tutti.
Pedofilia e scandali finanziari hanno fatto molto male alla Chiesa moderna? Ad Aversa come sono state
vissute ed affrontate queste vicende?
Il peccato ha sempre fatto tanto male alla Chiesa e all’Umanità. Credo di poter dire che qui ad Aversa le
notizie di scandali, di qualsiasi genere, sono state vissute con grande maturità umana e religiosa, sapendo
sempre distinguere il peccato di alcuni dalla verità dell’annuncio evangelico, e, forse, anche coniugando
con sapienza la condanna del peccatore con la fede e la speranza della salvezza.
In politica come è stato il dialogo con gli amministratori locali? Come ha vissuto la politica il giovane don
Angelo Spinillo?
Come è facile riconoscere, sono stato giovane in anni intensi di dialogo e di confronto sociale e politico, in
anni dominati da forti tensioni ideologiche. Quelli, però, erano anche gli anni del Concilio Vaticano II,
Paolo VI e poi Giovanni Paolo II, di Aldo Moro, di Enrico Berlinguer. Anni di persone che tanto hanno
aperto la politica italiana al dialogo tra le diverse componenti. Credo di poter dire che da giovane, da
Parroco, ho sentito sempre di poter dialogare con tutti nella ricerca del bene comune. Qualche volta ci
sono stati episodi riconducibili alla serie “Peppone e Don Camillo”, ma sempre nel rispetto reciproco e in
quell’attenzione alla vita reale delle nostre comunità.
L’autorevolezza e l’influenza della Chiesa sulla società sono in declino?
Non credo vi sia un declino dell’autorevolezza della Chiesa. Credo, anzi, che proprio perché la Chiesa
rappresenta una delle presenze capaci di motivare un certo tipo di scelte di vita, sia personali che sociali,
questo generi una più forte ricerca su quanto essa possa essere per la vita del mondo. L’attenzione
all’autorevolezza della Chiesa, però, non significa che essa abbia un’influenza sempre significativa sulle
scelte della società. Forse è in declino un certo tipo di influenza, quello dipendente dal peso di interessi e
poteri. Ciò probabilmente è un bene e chiama la Chiesa, chiama noi, ad essere sempre più autentici e
propositivi di verità, di giustizia e di bene comune.
La nostra terra ora è “ufficialmente” dei fuochi: l’impegno della Chiesa, in merito, in questi anni ha
ottenuto dei risultati che non fossero solo comunicativi?
Sul tema dell’ambiente la recente sentenza dell’Autorità Giudiziaria ha, finalmente, dato una concretezza
a quanto, fino ad ora, poteva sembrare essere stato soltanto una serie di appelli, sicuramente importanti
ma destinati a rimanere nell’aria. Speriamo davvero che tanto impegno comunicativo, tanta personale
fatica di sacerdoti e di cittadini, possa avere dei frutti reali per la vita del nostro territorio.
Cosa pensa invece della svolta Green, a mio parere necessaria, proposta dal governo Draghi?
Condivido la necessità dell’impegno dei governi e dell’intera cittadinanza, consapevoli, come ci dice Papa
Francesco, che “tutto è connesso”, tutto è in relazione. In passato è accaduto che si trascurasse
l’attenzione alla natura e all’ambiente per crescere in forme di produzione industriale. Dobbiamo capire

che lo sviluppo della vita è capacità di tenere in relazione le diverse esigenze e possibilità del nostro
pianeta e della nostra umanità che lo abita. Davvero “tutto è connesso”, tutto è nostro.
Si è mai imbattuto in un miracolo o comunque in una manifestazione soprannaturale che la ragione non
riusciva a spiegare?
Si. La cosa più inspiegabile che esista al mondo, la cosa più grande, più libera e più feconda di vita: la carità
che Cristo ci ha insegnato, e come tanti nostri fratelli e sorelle la vivono ogni giorno.
Parlare dei problemi della Chiesa fa notizia, ed è facilmente spendibile nel mercato dell’informazione
odierna. Ma, come succede nei nostri territori, la Chiesa si trova alle frontiere della vita dove talvolta
Stato e società civile sono assenti. Indubbiamente rischiamo di vivere forme di periferia anche qui ad
Aversa, al centro della diocesi. La Chiesa aversana avverte queste problematiche?
Sicuramente. In questo vedo e vivo la bellezza e la forza della nostra Chiesa aversana. C’è tanta buona
sensibilità verso coloro che sono più in difficoltà, verso i poveri, ma anche verso i giovani come verso chi è
in ricerca. Ovviamente siamo anche noi, noi Chiesa, alla ricerca delle modalità e delle possibilità, dei
linguaggi e delle attenzioni che siano veramente capaci di ascolto e di dialogo con la realtà di questo
mondo in cammino verso forme sempre nuove per la sua vita.

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