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Il caso ad Aversa: la Libertà di Stampa tra corretta informazione e partecipazione civile

Fino a che punto spingersi? La querela è sempre un atto proporzionato?

di Achille Aurisicchio

Parlarne non è affatto semplice, ci sono da sempre due scuole di pensiero ed ho notato negli anni che anche la percezione del fenomeno cambia a seconda della posizione che si assume. Il diritto all’informazione e la libertà di stampa devono rappresentare e sono, fino a prova contraria, beni cui non è possibile rinunciare in una società democratica, tanto più quando gli eventi del passato ci hanno dimostrato come eliminare la seconda voce sia sempre il primo atto di intimidazione del dissenso.

Ovvio non pensate che stia rapportando, con ben più serie azioni di bavaglio dell’informazione, la querela – di cui probabilmente avranno letto tutti – del sindaco Alfonso Golia al direttore di LaRampa.it Stefano Montone; semplicemente approfitto dell’argomento per aprire un discorso più ampio sull’importanza che da un lato la Stampa vigili adeguatamente sulle informazioni che propone (accertando fonti e cercando, in buona fede, di raccontare i fatti senza lasciarsi andare a fazionismi sterili) e dall’altro la Politica agisca nel rispetto della pluralità di pensiero. Tutto ciò sempre con le dovute distanze dal caso specifico, dal quale ci separiamo per lasciare spazio ormai all’intervento della Giustizia che deciderà chi ha ragione e chi torto nella disputa legale.

La vicenda però apre uno scenario preoccupante in una città come quella di Aversa in cui il dialogo democratico si era fino ad oggi distinto per una discreta proporzionalità tra offesa e contrattacco e che adesso invece rischia di impelagarsi in moine trash tra querele e diffide. Così i giornalisti non fanno i giornalisti e i politici non fanno i politici. L’accaduto semplicemente ci invita a una riflessione: cosa vuol dire oggi fare giornalismo? quali sono i ruoli degli operatori dell’informazione? e quali quelli della politica? Mi rendo conto di sollevare degli interrogativi che non troveranno una sicura risposta in queste poche colonne ma reputo possa invece restare strumento di discernimento per ciascuno di noi.

Al mio primo quesito – guardando anche alla ricchezza di testate cartacee e digitali aversane – posso subito rispondere chiarendo che l’informazione cui sono demandati i nostri giornalisti ha prima di tutto l’obiettivo di scuotere le coscienze, sviluppare la criticità del pensiero in un mondo di convinti ciechi sostenitori di idee del partito. In una società post-globalizzata, che da oltre vent’anni riconosce alla carta stampata un certo prestigio storico-culturale ma che preferisce tenersi aggiornata grazie alla maneggiabilità di web e tv, ancora non riusciamo a fare a meno dell’informazione locale.  Se infatti i grandi colossi giornalistici sono stati assorbiti, o peggio sono scomparsi schiacciati dalle leggi di mercato, i nostri giornalisti “condotti” sono sempre più presenti ed attenti alle istanze dei Territori a dimostrazione di quanto nonostante tutto la voglia di discuterne permane nello spirito civilmente impegnato dei cittadini. Ogni giorno aprono il confronto, si interessano di temi non attenzionati dall’informazione nazionale, sostengono con la propria azione di informazione le iniziative territoriali di gruppi politici, associazioni, scuole (eventi che altrimenti non sarebbero ascoltati se non dagli addetti ai lavori).

Fare giornalismo insomma significa partecipare in prima linea alla crescita democratica delle nostre comunità, nazionali e locali. La nostra democrazia rappresentativa infatti vive della ricchezza dei corpi intermedi, di giornali, di sindacati, di partiti; se questi organismi perdono di funzionalità e di autorevolezza è inevitabile che, tra popolo e potere politico, si pratichi una comunicazione senza mediazione. Detto questo dirimere i successivi quesiti, che prima ho posto, sembrerà un passaggio adesso più chiaro.

La nostra storia recente – il ventennio dal quale questa pandemia ci sta inevitabilmente facendo uscire come “cesura” – è stato segnato da tanti e numerosi episodi in cui la politica è dovuta soccombere ad altre autorità per inadeguatezza dei propri esponenti, per le trasformazioni sociologiche inevitabili, per le “debolezze” dei suoi protagonisti.

Qualcuno ha definito l’episodio aversano come un “bavaglio” alla stampa, cosa che onestamente non rilevo e definizione che scade nel populismo sotto più aspetti ma credo si possa comunque considerare una deriva della crescita democratica della nostra comunità poiché strumento di offesa eccessivo se considerata sia la minima portata dell’attacco subito sia perché non credo la stessa testata si sarebbe rifiutata, nel caso, di accogliere le risposte del Sindaco Golia qualora questi avesse voluto controbattere nelle stesse modalità con cui è stato criticato: diritto di replica ed obbligo di rettifica sono strumenti che effettivamente l’ordinamento pone per bilanciare la libertà di parola quando questa supera la semplice verità.

Quali sono le condizioni che hanno portato a ciò? Altra domanda alla quale stavolta volutamente non diamo risposta. Certo è che chi fa il giornalismo deve sempre mantenere una posizione di “terzietà” (badate bene non è un sinonimo di indipendenza) nel raccontare i fatti e commentare i progetti, mentre chi fa il politico ha l’imperativo morale di convincere (anche qui un po’ di etimologia ci starebbe bene) in primis i suoi avversari della bontà della propria azione programmatica, delle scelte amministrative e della correttezza del proprio sistema ideologico-valoriale, purché (e forse qui stiamo chiedendo troppo) ci fosse l’onestà intellettuale dell’opposizione di condividere le scelte buone o collaborare a far sì che lo diventino invece di borbottare nel classico spirito del “l’avrei fatto meglio”. Per fare questo bisogna essere preparati e democraticamente maturi, nell’utopico mondo che immagino non dovrebbe nascere il bisogno di demandare ad altre autorità – quale è quella giudiziaria – la valutazione ultima del proprio operato; valutazione che inevitabilmente si baserebbe su categorie esterne alla sfera della politica e quindi storicamente non sempre corrette.

Non si incrimina un avversario – questo vale tanto per il politico quanto per il giornalista, ovviamente quando ciò rimane nei limiti della legalità – ma si argomentano le sue mancanze. Non è forse questa la democrazia? Lo sanno bene i due giornalisti, Maria Ressa e Dmitry Muratov, che qualche settimana fa hanno ricevuto il Premio Nobel per la Pace 2021 per essere stati perseguitati dai regimi dei propri paesi; strada da farne ce n’è ancora molta per la società odierna, iniziare dove la democrazia ha terreni più fertili e strumenti adatti può solo farci crescere.

 

(pubblicato su Osservatorio Cittadino, Anno XIII Num. 15 del 24 ottobre 2021)

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