miele da sballo

“Miele da sballo”: cos’è il wax e perché fa tanta paura

Sembrava miele. Aveva il colore ambrato, la consistenza viscosa, l’aspetto innocuo di qualcosa che potresti trovare in cucina. E invece era una sostanza con concentrazioni di THC fino a cinque volte superiori alla marijuana tradizionale, capace di mandare in ospedale in condizioni critiche un ragazzo di diciassette anni. È quello che è successo a Frattamaggiore, nel Napoletano, dove un adolescente è stato ricoverato in pericolo di vita dopo aver consumato una sostanza che nel gergo degli spacciatori, e dei social, viene chiamata “miele da sballo”, oppure, con il termine anglosassone che circola online, semplicemente wax.

Le indagini sono in mano alla Procura di Napoli Nord. I carabinieri hanno acquisito campioni della sostanza per sottoporli ad analisi chimiche: l’obiettivo è stabilire con precisione i livelli di THC presenti nel prodotto sequestrato, e capire come i tre ragazzi siano riusciti a procurarselo. Al momento gli inquirenti non escludono nessuna pista. L’episodio, nelle sue dinamiche ancora da ricostruire, ha riacceso i riflettori su una categoria di droghe che non è nuova, ma che continua a mietere vittime soprattutto tra i giovanissimi. Il “miele da sballo” prende il nome dall’aspetto: si presenta come una massa densa, appiccicosa, di colore giallo-ambrato, che a prima vista ricorda davvero il miele prodotto dalle api.

Ma il paragone si ferma qui, perché di naturale questa sostanza non ha assolutamente nulla. Il termine tecnico più diffuso è BHO, acronimo di Butane Hash Oil, oppure “honey oil”. Nella letteratura delle droghe da strada compare anche con altri nomi: budder, crumble, honeycomb, sugar. Sono denominazioni che variano spesso in base alla consistenza del prodotto finale, che a sua volta dipende dal processo di lavorazione. In tutti i casi, si tratta di un concentrato di cannabis ottenuto attraverso l’estrazione dei cannabinoidi dalla pianta, soprattutto il THC, il principio psicoattivo principale, utilizzando il butano come solvente. Il risultato è una sostanza che può raggiungere concentrazioni di THC tra il 60 e il 90 percento: per fare un confronto, la marijuana tradizionale si attesta in genere tra il 10 e il 20 percento. Cinque volte tanto, a voler essere cauti.

Non è una droga comparsa ieri. Da diversi anni il wax circola sui mercati europei e italiani, venduto prevalentemente online attraverso canali che spaziano dai marketplace del dark web fino a rivenditori situati in Paesi dove questo tipo di prodotti è legale. Accanto al mercato “ufficiale” esistente all’estero, prolifera naturalmente un mercato parallelo, molto meno controllabile e decisamente più pericoloso, dove i prodotti non sono soggetti ad alcun tipo di verifica sulla qualità o sulla concentrazione delle sostanze attive. Il metodo di assunzione più diffuso si chiama dabbing. La procedura è semplice: una piccola quantità di wax viene depositata su una superficie metallica portata a temperatura elevatissima, solitamente una testa di quarzo o titanio riscaldata con una torcia, e il vapore che si sprigiona viene inalato attraverso strumenti che ricordano bong o pipe modificate appositamente.

Esistono poi varianti: vaporizzatori portatili o sigarette elettroniche modificate per gestire concentrati ad alta densità, e la miscelazione con cannabis tradizionale da fumare. C’è infine chi assume il wax direttamente per via orale, mangiandolo con un cucchiaino. Quest’ultima modalità, per quanto possa sembrare meno aggressiva, è considerata dagli esperti particolarmente insidiosa: l’assorbimento per via digestiva è più lento, porta spesso a sottostimare la dose ingerita, e l’effetto, quando arriva, è improvviso, intenso e difficile da gestire, soprattutto per chi non ha esperienza con sostanze del genere. Gli effetti del wax su chi lo consuma possono variare significativamente in base alla concentrazione della sostanza, alla quantità assunta, alla tolleranza individuale e, fattore determinante, all’età del consumatore. Nei soggetti giovani, il cui sistema nervoso centrale è ancora in fase di sviluppo, le conseguenze possono essere particolarmente gravi. Gli esperti segnalano alterazioni della percezione visiva e uditiva, disorientamento spaziale, perdita della coordinazione motoria, crisi d’ansia e attacchi di panico, paranoia, allucinazioni.

Nei casi più seri si arriva a sintomi psicotici acuti e a problemi respiratori che richiedono intervento medico urgente. Il caso di Frattamaggiore appartiene evidentemente a questa fascia più critica. C’è però un secondo livello di rischio che riguarda non solo chi consuma, ma potenzialmente anche chi produce. Il processo di estrazione con butano è estremamente pericoloso: il gas è altamente infiammabile, e le procedure di estrazione improvvisate, quelle che avvengono in ambienti domestici, fuori da qualsiasi contesto controllato, hanno causato negli anni esplosioni, incendi e gravi ustioni. Non si tratta di pericoli teorici: episodi di questo tipo sono stati documentati in diversi Paesi europei. Il problema si moltiplica quando il prodotto così ottenuto finisce sul mercato senza alcun controllo di qualità.

Chi acquista wax da fonti non verificate non ha modo di sapere esattamente cosa stia comprando: la concentrazione di THC dichiarata e quella reale possono differire enormemente, e la presenza di residui di butano o di altre sostanze usate nel processo di lavorazione rappresenta un rischio chimico aggiuntivo che si somma a quello già considerevole dell’alto tenore di principio psicoattivo. Negli ultimi anni in Italia si sono moltiplicati gli interventi sanitari legati all’assunzione di derivati della cannabis ad alta concentrazione di THC. I dati nazionali disponibili non consentono di isolare con precisione i casi attribuibili specificamente al wax rispetto ad altre tipologie di concentrati, ma il trend complessivo è chiaro e preoccupa i professionisti della salute pubblica. Sul fronte repressivo, le forze dell’ordine hanno effettuato nell’ultimo biennio diversi sequestri di questa categoria di sostanze, segnale che la diffusione non è limitata alle grandi aree urbane. Vale la pena fare una precisazione: il “miele da sballo” non ha nulla a che fare con il cosiddetto “miele folle” o “miele rosso”, una sostanza completamente diversa, di origine naturale, nota e consumata da millenni. Questo secondo miele, quello vero, si produce nelle montagne del Nepal e della Turchia, dove alcune specie di api raccolgono il nettare da fiori di rododendro contenenti una tossina naturale chiamata grayanotossina.