Non è un bollettino di guerra, anche se i numeri potrebbero trarre in inganno. Sono cifre che raccontano un cambio di passo, lento ma tangibile, in un territorio che da decenni si porta addosso un’etichetta pesante come un macigno. Nei primi cinque mesi del 2026, tra le province di Napoli e Caserta, le forze dell’ordine hanno messo le mani su 279 siti produttivi, sequestrato 529 veicoli, elevato sanzioni amministrative per quasi quattro milioni di euro e, soprattutto, arrestato trentaquattro persone. Il confronto con l’anno precedente non lascia spazio a dubbi: a maggio 2025 gli arresti erano quattro, i sequestri centoventuno. Oggi, la macchina del controllo gira a un ritmo che fino a poco tempo fa sembrava irraggiungibile.
E non è un caso. A Palazzo Chigi, sotto la regia del sottosegretario Alfredo Mantovano, si è fatto il punto. Non una riunione di routine, ma un vertice operativo dove sedevano attorno allo stesso tavolo il capo della Polizia Vittorio Pisani, i procuratori Nicola Gratteri e Domenico Airoma, i prefetti Michele di Bari e Lucia Volpe, il commissario unico per le bonifiche Giuseppe Vadalà e una sfilza di rappresentanti di ministeri, forze dell’ordine, agenzie ambientali e della Regione Campania. L’obiettivo era chiaro, quasi chirurgico: verificare i frutti del piano straordinario varato con il decreto legge 116 dell’agosto 2025 e capire se, finalmente, si è passati dalla cronaca emergenziale alla strategia strutturale.
Perché i numeri salgono così in fretta? La risposta non sta nei proclami, ma nei metodi. Le fototrappole, per esempio, non sono più semplici telecamere abbandonate nei rovi o lungo i tratturi: sono diventate gli occhi di un sistema che, in pochi mesi, ha portato a sei arresti in flagranza differita. Tra Giugliano, Caivano e Boscoreale, i dispositivi hanno inchiodato chi pensava di poter agire al buio. Nel Parco nazionale del Vesuvio, un sessantenne è stato fermato entro quarantotto ore dal lancio di un innesco incendiario su un cumulo di rifiuti. Quattro denunce per sversamenti tra Trentola Ducenta e Caserta. E poi c’è il caso della cava sequestrata nel Casertano: trecentoquarantamila metri cubi di rocce e terre di scavo, presumibilmente legati ai cantieri Tav, gestiti fuori da ogni regola di tracciabilità.
Non si tratta più di piccoli trafficanti improvvisati. È un’industria parallela che, però, sta cominciando a perdere colpi. Ma il controllo, da solo, non basta. Lo sanno bene a Roma, dove si è parlato senza giri di parole di continuità operativa e finanziaria. Perché spegnere i riflettori significherebbe solo dare respiro a chi quel respiro non se lo merita. Ecco perché, dal quindici giugno, scatteranno servizi supplementari e nuove postazioni di videosorveglianza, finanziati con due milioni di euro dal ministero dell’Interno per cinquantasei comuni tra Napoli e Caserta. Ecco perché sono stati assunti ventitré tecnici specializzati nell’analisi chimica dei rifiuti, otto per l’Arpac, quindici per l’Ispra, figure che prima mancavano e che ora possono trasformare un sospetto in prova scientifica, accelerando i tempi delle indagini.
E non è finita: un nuovo protocollo regionale con la Camera di Commercio di Napoli e l’Albo dei Gestori Ambientali metterà a disposizione di forze dell’ordine ed Esercito un database integrato, consultabile anche tramite app dedicate. Incrociare dati, incrociare responsabilità. La tracciabilità diventa l’arma principale. Eppure, sequestrare e arrestare è solo metà del lavoro. L’altra metà, quella più lenta e decisamente più costosa, si chiama bonifica. Ed è qui che le parole degli operatori si fanno più caute, più reali. Le bonifiche richiedono tempo e risorse stabili, è il monito che risuona dopo il vertice. Servono strumenti economici continuativi, non tamponi dell’ultimo minuto. Serve vigilanza costante sulla salute pubblica, perché ogni metro quadrato di terra avvelenata è un debito con le generazioni future. Ma c’è un punto che va oltre le pratiche amministrative e tocca la pelle stessa di queste comunità: togliere di dosso a queste province l’etichetta infamante di “Terra dei Fuochi”. Non per nascondere le criticità, sia chiaro.
Ma per raccontare anche l’altro lato della medaglia. La resilienza di chi resta. L’ostinazione di chi coltiva, nonostante tutto. L’ospitalità verso chi arriva da lontano. La qualità di un’agricoltura che, se tutelata, può tornare a essere un vanto nazionale. I numeri di questi mesi dicono che la macchina si è messa in moto. Funziona? Sì, ma è un ingranaggio delicato. Se oggi si sequestrano quasi trecento siti, domani bisognerà decidere cosa farne. Se le fototrappole catturano i colpevoli, le istituzioni dovranno dimostrare di non perdere mai il colpo. Questa terra si riscatta con la pazienza di chi bonifica, con la fermezza di chi controlla, con la dignità di chi ci vive e ci lavora ogni giorno. E forse, per la prima volta dopo anni, quella pazienza sta trovando un riscontro concreto. Il resto, come si dice in redazione, è cronaca. Ma questa volta, speriamo, sia la cronaca di un riscatto che finalmente prende forma.
Alberto Salvatores