Caso Vassallo, cade l’ipotesi depistaggio: Cagnazzo è fuori dall’inchiesta

Il gup di Salerno proscioglie l’ufficiale dei carabinieri: “Prove insufficienti per il processo”

Dopo quasi 16 anni dall’uccisione del sindaco pescatore, il giudice archivia le accuse di concorso in omicidio e traffico di droga. La Procura: “Decisione errata, faremo appello”. Ma gli esecutori restano ignoti

Cinque settembre 2010: Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Pollica, viene assassinato a colpi di pistola mentre rientra a casa. Un delitto che ha scosso le coscienze, trasformandolo in un simbolo di legalità. Sedici anni dopo, mentre il nome di Vassallo continua a essere invocato come esempio di resistenza alla criminalità, un capitolo cruciale di quella storia si chiude con un colpo di scena giudiziario. Il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Salerno, Giovanni Rossi, ha prosciolto il tenente colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo da tutte le accuse: né concorso nell’omicidio, né partecipazione a un’associazione dedita al traffico di stupefacenti, né tantomeno attività di depistaggio. Una decisione netta, motivata in poco più di cinque pagine, che ribalta l’impianto accusatorio costruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Salerno in anni di indagini.

Ma andiamo con ordine. Chi è Cagnazzo? Ufficiale dell’Arma, negli anni successivi all’omicidio Vassallo era finito nel mirino della procura con un’accusa pesante: secondo i pm Elena Guarino e Raffaele Cantone, non avrebbe partecipato materialmente all’esecuzione, ma avrebbe orchestrato una regia occulta per depistare le indagini. L’obiettivo? Proteggere un’organizzazione criminale dedita allo spaccio nel porto di Acciaroli, scoperta, secondo l’accusa, proprio da Vassallo. Un movente che avrebbe legato il delitto al narcotraffico, e Cagnazzo a quel mondo. Peccato che, per il gup, questa ricostruzione non regga. Nelle motivazioni della sentenza si legge chiaro: mancano riscontri concreti, prove solide, elementi che possano sostenere “con ragionevole previsione di condanna” un eventuale rinvio a giudizio.

Il cuore della decisione sta nella valutazione delle prove. E qui il quadro si fa fragile. Molte delle accuse a Cagnazzo poggiano su dichiarazioni indirette, voci di corridoio, ricostruzioni a catena. Prendiamo Pierluca Cillo: nei giorni successivi all’omicidio avrebbe raccontato a parenti e conoscenti che Vassallo aveva scoperto un traffico di droga e che Cagnazzo era coinvolto. Ma Cillo avrebbe poi ritrattato, ammettendo che si trattava di sue supposizioni, non di fatti accertati. Stesso discorso per Romolo Ridosso, definito dal giudice “reticente, ondivago e contraddittorio”, e per Eugenio D’Atri, le cui dichiarazioni sono state dichiarate inutilizzabili dalla Cassazione. In sintesi: l’accusa ha costruito un castello probatorio su fondamenta di sabbia.

Eppure, la procura non ci sta. Dopo il proscioglimento, la Direzione distrettuale antimafia ha depositato un appello articolato in 25 pagine, criticando aspramente la sentenza. Il punto dolente? Il contrasto tra la mole dell’indagine, oltre mille pagine del Ros, più di 800 pagine tra richiesta cautelare e ordinanza, e la sintesi, quasi lapidaria, con cui il gup ha liquidato l’intero impianto. Per i pm, si è perso un patrimonio investigativo di notevole consistenza; per il giudice, quella mole di carte non basta se manca il nesso probatorio decisivo. Resta il fatto che l’omicidio Vassallo, a distanza di quasi sedici anni, non ha ancora un colpevole definitivo.

Alberto Salvatores