La regione è terza in Italia per casi diagnosticati. Tra screening pediatrico e diagnosi in ritardo, cresce l’attenzione sulla prevenzione. Ma restano migliaia di casi sommersi.
La Settimana Nazionale della Celiachia si è appena chiusa, ma i numeri che ha lasciato dietro di sé raccontano una storia che va ben oltre i sette giorni di sensibilizzazione. Parliamo di una malattia infiammatoria cronica, spesso fraintesa, che in Italia colpisce circa 280mila persone con diagnosi certificata. Di queste, quasi 25mila vivono in Campania: la terza regione per numero di casi, un dato che impone una riflessione seria su prevenzione, diagnosi e supporto.
Si stima che l’1% della popolazione, circa 600mila italiani, conviva con la celiachia senza saperlo. Quattrocentomila persone rappresentano la “porzione sommersa”, con una media di sei anni che separa la comparsa dei sintomi dalla diagnosi definitiva. Un tempo lunghissimo, durante il quale il corpo paga un prezzo pesante. Partiamo da una precisazione fondamentale, perché la confusione fa danni: la celiachia non è un’allergia al glutine. È una malattia autoimmune a tutti gli effetti, scatenata dall’ingestione di glutine in soggetti geneticamente predisposti.
Il glutine, quel complesso proteico presente in frumento, segale, orzo, farro e kamut, innesca una risposta infiammatoria che danneggia l’intestino tenue. I sintomi? Un vero e proprio camaleonte clinico: dalle forme classiche con diarrea, dolori addominali e perdita di peso, a manifestazioni extra-intestinali come affaticamento cronico, vomito, disturbi del comportamento alimentare e, in rari casi, complicazioni cutanee. Non è un caso che i celiaci abbiano un rischio maggiore di sviluppare altre patologie autoimmuni, come tiroiditi, diabete di tipo 1 o lupus. La diagnosi arriva attraverso un percorso preciso: esami del sangue per la ricerca di anticorpi specifici e, in caso di positività, biopsia dell’intestino tenue.
Attenzione: il test va eseguito mentre si assume ancora glutine, altrimenti il risultato potrebbe essere falsato. E una volta accertata la malattia? L’unica terapia disponibile, ad oggi, è la dieta senza glutine, da seguire per tutta la vita. Non è un’opzione dettata da tendenze del momento, non è una moda dimagrante, ma una necessità medica. Sbagliare alimentazione, anche per sbaglio, significa riattivare l’infiammazione e danneggiare l’intestino. E qui entra in gioco lo Stato. Dal 2005, la celiachia è riconosciuta come “malattia sociale”, con una normativa che garantisce alle persone diagnosticate l’erogazione gratuita di alimenti senza glutine specificamente formulati. Non si tratta di prodotti qualsiasi, ma di alimenti certificati, con limiti di spesa mensili differenziati: 110 euro per gli uomini adulti, 90 per le donne.
Nel 2024, l’Italia ha stanziato circa 273 milioni di euro per questo scopo; di questi, 26 milioni sono arrivati in Campania, con una spesa media pro-capite di oltre 1.071 euro. Soldi pubblici che traducono in concreto il diritto alla salute, ma che richiedono anche formazione continua per gli operatori del settore alimentare, affinché il rischio di contaminazione sia gestito con competenza. Ma c’è una notizia che merita di essere raccontata con orgoglio. L’Italia è diventata il primo paese al mondo a introdurre uno screening pediatrico universale per la celiachia.
Non un test riservato a chi presenta sintomi o fattori di rischio, ma un controllo accessibile a tutti i bambini durante le visite di routine. Un semplice prelievo del sangue per cercare anticorpi specifici, integrato nel normale percorso di crescita. Perché la tempestività, in questa malattia, fa la differenza: diagnosticare precocemente significa intervenire subito, evitare complicazioni, permettere al bambino di condurre una vita normale. E in caso di positività, le famiglie non vengono lasciate sole: ricevono supporto, informazioni, indicazioni pratiche per gestire la dieta e la quotidianità. È un modello che guarda al futuro, che investe in prevenzione invece di correre ai ripari quando il danno è fatto.
E mentre la ricerca scientifica continua a lavorare per comprendere meglio i meccanismi della celiachia, con l’obiettivo, un giorno, di trovare terapie più efficaci o persino una cura, questo approccio rappresenta già oggi un traguardo importante. Perché la salute dei bambini non è un capitolo a sé: è il fondamento del benessere di tutta la società. Restano, certo, le sfide aperte. Ridurre i tempi di diagnosi, potenziare la formazione nelle scuole e nella ristorazione, garantire che il supporto economico arrivi a chi ne ha davvero bisogno. Ma i passi avanti ci sono. E in una regione come la Campania, dove i casi sono numerosi e il tessuto sociale è complesso, ogni sforzo in più conta. Perché dietro ogni numero c’è una persona. E dietro ogni diagnosi tempestiva, c’è una vita che può continuare senza dover rinunciare a nulla, tranne, appunto, al glutine.
Alberto Salvatores