La morte di Mafalda Luongo, settantacinque anni, non è solo un lutto privato per la famiglia Papa di Castel Volturno. È diventata il centro di un’indagine giudiziaria che scuote le fondamenta del Pineta Grande Hospital. Una storia fatta di attese e una corsa contro il tempo finita nel silenzio della Terapia Intensiva. Tutto inizia la mattina del 3 giugno scorso. Mafalda arriva al Pronto Soccorso accompagnata dal figlio Massimo. Si lamenta di forti dolori alla schiena, un malessere diffuso che sembra banale, quasi routine. Ma i numeri raccontano un’altra storia: la pressione è alle stelle, 190 su 90. Un campanello d’allarme che squilla forte nelle orecchie di qualsiasi medico. Dopo un’ora di attesa nell’anonimo corridoio ospedaliero, accade l’impensabile.
La donna perde conoscenza. Quando riprende i sensi, non parla più di schiena. Urla per una cefalea violenta, improvvisa, devastante. Massimo, preoccupato, chiede esami approfonditi. Vorrebbe capire cosa sta succedendo dentro quel corpo fragile. La risposta del personale è farmacologica: calmanti e antidolorifici. Una cura chimica cala sulla diagnosi, mentre il quadro clinico reale resta nell’ombra. Solo dopo le insistenti richieste del figlio arriva una Tac cranica. Mezz’ora dopo, il verdetto del medico di turno: la paziente può tornare a casa. Il quadro è sotto controllo, dice.
Basta aspettare che i farmaci facciano il loro corso. Massimo guarda sua madre, in preda al dolore, e sente che qualcosa non quadra. È impossibile dimetterla così. Lo dice al dottore, ma viene rassicurato. La situazione è gestita. Poi, attorno alle 14, arriva una nuova comunicazione: è stato fatto un prelievo di sangue. Risultato? Grave infezione delle vie urinarie. Serve una flebo. C’è un dettaglio, però, che gelà il sangue al figlio. Lui era lì, accanto al letto. Non ha visto eseguire il prelievo. Come può esserci un risultato? È un buco nero nella ricostruzione ufficiale, un’incongruenza che la denuncia-querela presentata ai carabinieri della Tenenza di Castel Volturno sottolinea con forza. Il pomeriggio scivola verso il tragico. Poco prima delle 17, mentre Mafalda deve sottoporsi a una seconda Tac, il suo corpo cede. Arresto cardiorespiratorio. Codice Rosso. Viene trasferita d’urgenza in rianimazione, poi in Terapia Intensiva.
È in coma farmacologico, intubata, aggrappata alla vita attraverso macchinari. Gli esami, quelli veri, mostrano ora il disastro: globuli bianchi fuori norma, glicemia a 300, emogasanalisi compromessa seriamente. È lo shock settico che avanza, invisibile fino a quel momento, ora esploso in tutta la sua ferocia. Alle 23:30, il telefono squilla. Dalla Terapia Intensiva comunicano il decesso. Causa ufficiale: arresto cardiaco. Per Massimo e la sua famiglia, quella telefonata arriva troppo tardi e lascia troppe domande senza risposta. La Procura di Santa Maria Capua Vetere ha aperto un fascicolo. I nomi degli indagati sono: Brigida Di Palma, il medico di servizio; Anna Maria Ferriello, amministratore delegato dell’ospedale; Giuseppe Matarazzo, direttore sanitario.
Le accuse? Omicidio colposo, responsabilità colposa per morte in ambito sanitario, falsità ideologica. Si ipotizza che i sintomi neurologici acuti siano stati sottovalutati, che la diagnosi dell’infezione sia arrivata con un ritardo fatale e che si sia tentato di dimettere una paziente in imminente shock settico. Ieri 30 giugno è stato conferito l’incarico per l’autopsia. La verità scientifica dovrà fare luce su quelle ore confuse. Castrese, il marito, e gli altri figli Francesco e Giuseppe, assistiti dagli avvocati Vincenzo D’Angelo e Angelo Raucci, aspettano risposte. Non cercano vendetta, ma giustizia. Vogliono sapere se quel dolore alla schiena era solo l’inizio di una fine annunciata.
Il Pineta Grande Hospital è ora sotto la lente d’ingrandimento della legge. E mentre l’inchiesta procede, resta il vuoto lasciato da Mafalda, una donna andata via tra incomprensioni e silenzi assordanti, lasciando dietro di sé una famiglia distrutta e un sistema sanitario chiamato a rispondere dei atti. La notte del 3 giugno non ha portato solo il buio, ma anche i primi passi di un’indagine che promette di scavare a fondo, senza sconti, per ricostruire ogni singolo istante di quella giornata maledetta.
Alberto Salvatores