Campi Flegrei: convivere con un supervulcano non è per niente facile

Monitoraggio continuo, piani di evacuazione e il nodo della corretta informazione: la sfida di un’area vulcanica abitata da 1,5 milioni di persone C’è un posto, a Pozzuoli, dove la storia si legge guardando in alto. Le colonne del Tempio di Serapide, antico mercato romano, portano incisi i segni di un fenomeno unico al mondo: i fori lasciati dai litodomi, molluschi che vivono a pelo d’acqua, raccontano di un suolo che si è abbassato e sollevato più volte nel corso dei secoli. Non è una metafora. È la fotografia viva del bradisismo, il “respiro” lento e potente dei Campi Flegrei. E da qualche tempo, quel respiro sembra essersi fatto più frequente. Sotto la superficie di quest’area, che si estende per una dozzina di chilometri tra Pozzuoli, il Golfo di Napoli e parte della costa campana, non c’è un vulcano conico come il Vesuvio. C’è una caldera: una vasta depressione formatasi dopo antichi collassi del terreno, un sistema complesso di camere magmatiche, fratture, fumarole. Un gigante silenzioso, attivo da oltre ottantamila anni, che ha scritto pagine decisive nella storia geologica del pianeta. L’eruzione di 39.000 anni fa, per dire, fu così violenta da influenzare il clima di tutto il pianeta. Eppure, l’ultima eruzione documentata risale al 1538: in una settimana nacque il Monte Nuovo, un cono di tufo alto più di cento metri. Da allora, stasi. Ma non silenzio. Negli ultimi mesi, i sismografi hanno registrato un’intensificazione dell’attività. L’ultimo episodio di rilievo si è avuto lo scorso 21 maggio 2026 alle 5:50, con uno sciame sismico con un picco di magnitudo 4.4. È l’ennesimo evento sismico, questa volta un po’ più forte del solito, che tiene alta l’attenzione. Il suolo si è continuato a sollevare, a ritmi che in alcune fasi passate hanno superato quelli registrati durante la crisi bradisismica degli anni Settanta e Ottanta, quando Pozzuoli si innalzò di circa due metri e migliaia di famiglie furono evacuate. Oggi, la domanda che circola tra i cittadini, amplificata dai social e a volte distorta dall’ansia, è sempre la stessa: cosa sta succedendo davvero? La comunità scientifica, coordinata dall’Osservatorio Vesuviano e dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, risponde con prudenza e dati concreti. Non ci sono, al momento, segnali inequivocabili di un’eruzione imminente. Il vulcano è attivo, sì, ma l’attività in corso potrebbe rientrare in una dinamica naturale di assestamento. Due sono le ipotesi principali sul tavolo: la risalita lenta di magma, che aumenterebbe la pressione sotterranea, o l’accumulo di gas e fluidi caldi, che potrebbero scaricarsi attraverso esplosioni di vapore o sciami sismici più intensi, senza necessariamente sfociare in un’eruzione. La vulcanologia, va ricordato, è una scienza giovane: tra il 1990 e il 2013, solo il 19% delle previsioni eruttive si è rivelato corretto. Per questo, il monitoraggio è costante, capillare, in tempo reale. Sensori distribuiti sul territorio misurano deformazioni del suolo, emissioni gassose, variazioni sismiche. Un sistema di allerta a semaforo verde, giallo, arancione, rosso, guida le procedure di risposta. Dal 2012, il livello è giallo: attenzione, non allarme. Ma la vera sfida, forse, non è solo geologica. È umana. Oltre un milione e cinquecentomila persone vivono all’interno della caldera. Napoli è probabilmente l’unica metropoli al mondo costruita sopra un sistema vulcanico attivo. La densità abitativa, l’espansione urbana, episodi di abusivismo edilizio, si stima che il 20% delle abitazioni in zona rossa siano irregolari, complicano qualsiasi scenario di gestione del rischio. Il piano di evacuazione prevede la suddivisione del territorio in zona rossa (da evacuare immediatamente in caso di allarme) e zona gialla (dove i rischi principali sono legati alla caduta di cenere). Il tempo massimo stimato per l’evacuazione è di settantadue ore. Organizzare la fuga ordinata di mezzo milione di residenti, con circa 300.000 veicoli in circolazione, in un’area con infrastrutture spesso al limite, non è un esercizio teorico. È una questione di logistica, comunicazione, fiducia. E qui entra in gioco il fattore più delicato: la percezione. Il Vesuvio, con la sua sagoma iconica, incute un timore visivo immediato. I Campi Flegrei, invece, sono un vulcano “nascosto”: nessun cono svettante, nessun pennacchio di fumo. La minaccia è invisibile, sotterranea, e questo può generare due reazioni opposte: sottovalutazione o ansia paralizzante. I social media, spesso, alimentano la seconda. Video fuori contesto, titoli sensazionalistici, teorie prive di fondamento circolano velocemente, distorcendo il messaggio scientifico. Per questo, istituzioni e ricercatori stanno lavorando su una comunicazione più chiara, continua, trasparente. Non basta informare in emergenza. Serve costruire, giorno per giorno, una cultura della consapevolezza. Cosa succederebbe, concretamente, in caso di eruzione? Lo scenario più probabile, secondo gli esperti, non è l’apocalisse globale. È un evento di media intensità, simile a quello del 1538: formazione di una colonna eruttiva, possibile emissione di flussi piroclastici (nubi ardenti di gas e detriti che viaggiano a centinaia di chilometri orari), caduta di cenere su aree limitate. Anche un’eruzione “modesta”, però, avrebbe impatti significativi su un territorio così densamente popolato: danni a edifici, interruzioni di servizi, rischi per la salute respiratoria. Per questo, la prevenzione non è un optional. È l’unica strada percorribile. La cosiddetta “Legge Campi Flegrei” cerca di dare una risposta strutturale: rimappatura degli edifici, microzonazione sismica, interventi di messa in sicurezza, fondi per la ricerca. Ma le leggi, da sole, non bastano. Servono risorse costanti, pianificazione a lungo termine, e soprattutto un patto di fiducia tra chi studia il vulcano, chi amministra il territorio e chi ci vive. La paura non si combatte con il silenzio, né con l’allarmismo. Si combatte con la conoscenza. Alla fine, la lezione dei Campi Flegrei è più ampia. Ci ricorda che la Terra è un sistema dinamico, in continuo movimento. Che convivere con il rischio fa parte della storia umana, specialmente in un Paese geologicamente vivace come l’Italia. E che la vera resilienza non nasce dall’ignorare il pericolo, ma dal prepararsi ad affrontarlo con lucidità, solidarietà, competenza. Le colonne del Tempio di Serapide sono ancora lì, a testimoniare i movimenti del suolo. Noi, oggi, abbiamo un vantaggio in più: la scienza. Sta a noi usarla non per generare ansia,

Terra dei Fuochi: in cinque mesi sequestrati 279 siti produttivi, 34 persone arrestate, elevate quattro milioni di euro di sanzioni

Non è un bollettino di guerra, anche se i numeri potrebbero trarre in inganno. Sono cifre che raccontano un cambio di passo, lento ma tangibile, in un territorio che da decenni si porta addosso un’etichetta pesante come un macigno. Nei primi cinque mesi del 2026, tra le province di Napoli e Caserta, le forze dell’ordine hanno messo le mani su 279 siti produttivi, sequestrato 529 veicoli, elevato sanzioni amministrative per quasi quattro milioni di euro e, soprattutto, arrestato trentaquattro persone. Il confronto con l’anno precedente non lascia spazio a dubbi: a maggio 2025 gli arresti erano quattro, i sequestri centoventuno. Oggi, la macchina del controllo gira a un ritmo che fino a poco tempo fa sembrava irraggiungibile. E non è un caso. A Palazzo Chigi, sotto la regia del sottosegretario Alfredo Mantovano, si è fatto il punto. Non una riunione di routine, ma un vertice operativo dove sedevano attorno allo stesso tavolo il capo della Polizia Vittorio Pisani, i procuratori Nicola Gratteri e Domenico Airoma, i prefetti Michele di Bari e Lucia Volpe, il commissario unico per le bonifiche Giuseppe Vadalà e una sfilza di rappresentanti di ministeri, forze dell’ordine, agenzie ambientali e della Regione Campania. L’obiettivo era chiaro, quasi chirurgico: verificare i frutti del piano straordinario varato con il decreto legge 116 dell’agosto 2025 e capire se, finalmente, si è passati dalla cronaca emergenziale alla strategia strutturale. Perché i numeri salgono così in fretta? La risposta non sta nei proclami, ma nei metodi. Le fototrappole, per esempio, non sono più semplici telecamere abbandonate nei rovi o lungo i tratturi: sono diventate gli occhi di un sistema che, in pochi mesi, ha portato a sei arresti in flagranza differita. Tra Giugliano, Caivano e Boscoreale, i dispositivi hanno inchiodato chi pensava di poter agire al buio. Nel Parco nazionale del Vesuvio, un sessantenne è stato fermato entro quarantotto ore dal lancio di un innesco incendiario su un cumulo di rifiuti. Quattro denunce per sversamenti tra Trentola Ducenta e Caserta. E poi c’è il caso della cava sequestrata nel Casertano: trecentoquarantamila metri cubi di rocce e terre di scavo, presumibilmente legati ai cantieri Tav, gestiti fuori da ogni regola di tracciabilità. Non si tratta più di piccoli trafficanti improvvisati. È un’industria parallela che, però, sta cominciando a perdere colpi. Ma il controllo, da solo, non basta. Lo sanno bene a Roma, dove si è parlato senza giri di parole di continuità operativa e finanziaria. Perché spegnere i riflettori significherebbe solo dare respiro a chi quel respiro non se lo merita. Ecco perché, dal quindici giugno, scatteranno servizi supplementari e nuove postazioni di videosorveglianza, finanziati con due milioni di euro dal ministero dell’Interno per cinquantasei comuni tra Napoli e Caserta. Ecco perché sono stati assunti ventitré tecnici specializzati nell’analisi chimica dei rifiuti, otto per l’Arpac, quindici per l’Ispra, figure che prima mancavano e che ora possono trasformare un sospetto in prova scientifica, accelerando i tempi delle indagini. E non è finita: un nuovo protocollo regionale con la Camera di Commercio di Napoli e l’Albo dei Gestori Ambientali metterà a disposizione di forze dell’ordine ed Esercito un database integrato, consultabile anche tramite app dedicate. Incrociare dati, incrociare responsabilità. La tracciabilità diventa l’arma principale. Eppure, sequestrare e arrestare è solo metà del lavoro. L’altra metà, quella più lenta e decisamente più costosa, si chiama bonifica. Ed è qui che le parole degli operatori si fanno più caute, più reali. Le bonifiche richiedono tempo e risorse stabili, è il monito che risuona dopo il vertice. Servono strumenti economici continuativi, non tamponi dell’ultimo minuto. Serve vigilanza costante sulla salute pubblica, perché ogni metro quadrato di terra avvelenata è un debito con le generazioni future. Ma c’è un punto che va oltre le pratiche amministrative e tocca la pelle stessa di queste comunità: togliere di dosso a queste province l’etichetta infamante di “Terra dei Fuochi”. Non per nascondere le criticità, sia chiaro. Ma per raccontare anche l’altro lato della medaglia. La resilienza di chi resta. L’ostinazione di chi coltiva, nonostante tutto. L’ospitalità verso chi arriva da lontano. La qualità di un’agricoltura che, se tutelata, può tornare a essere un vanto nazionale. I numeri di questi mesi dicono che la macchina si è messa in moto. Funziona? Sì, ma è un ingranaggio delicato. Se oggi si sequestrano quasi trecento siti, domani bisognerà decidere cosa farne. Se le fototrappole catturano i colpevoli, le istituzioni dovranno dimostrare di non perdere mai il colpo. Questa terra si riscatta con la pazienza di chi bonifica, con la fermezza di chi controlla, con la dignità di chi ci vive e ci lavora ogni giorno. E forse, per la prima volta dopo anni, quella pazienza sta trovando un riscontro concreto. Il resto, come si dice in redazione, è cronaca. Ma questa volta, speriamo, sia la cronaca di un riscatto che finalmente prende forma. Alberto Salvatores

Celiachia in Campania: 25mila pazienti e 26 milioni per gli alimenti senza glutine

La regione è terza in Italia per casi diagnosticati. Tra screening pediatrico e diagnosi in ritardo, cresce l’attenzione sulla prevenzione. Ma restano migliaia di casi sommersi. La Settimana Nazionale della Celiachia si è appena chiusa, ma i numeri che ha lasciato dietro di sé raccontano una storia che va ben oltre i sette giorni di sensibilizzazione. Parliamo di una malattia infiammatoria cronica, spesso fraintesa, che in Italia colpisce circa 280mila persone con diagnosi certificata. Di queste, quasi 25mila vivono in Campania: la terza regione per numero di casi, un dato che impone una riflessione seria su prevenzione, diagnosi e supporto. Si stima che l’1% della popolazione, circa 600mila italiani, conviva con la celiachia senza saperlo. Quattrocentomila persone rappresentano la “porzione sommersa”, con una media di sei anni che separa la comparsa dei sintomi dalla diagnosi definitiva. Un tempo lunghissimo, durante il quale il corpo paga un prezzo pesante. Partiamo da una precisazione fondamentale, perché la confusione fa danni: la celiachia non è un’allergia al glutine. È una malattia autoimmune a tutti gli effetti, scatenata dall’ingestione di glutine in soggetti geneticamente predisposti. Il glutine, quel complesso proteico presente in frumento, segale, orzo, farro e kamut, innesca una risposta infiammatoria che danneggia l’intestino tenue. I sintomi? Un vero e proprio camaleonte clinico: dalle forme classiche con diarrea, dolori addominali e perdita di peso, a manifestazioni extra-intestinali come affaticamento cronico, vomito, disturbi del comportamento alimentare e, in rari casi, complicazioni cutanee. Non è un caso che i celiaci abbiano un rischio maggiore di sviluppare altre patologie autoimmuni, come tiroiditi, diabete di tipo 1 o lupus. La diagnosi arriva attraverso un percorso preciso: esami del sangue per la ricerca di anticorpi specifici e, in caso di positività, biopsia dell’intestino tenue. Attenzione: il test va eseguito mentre si assume ancora glutine, altrimenti il risultato potrebbe essere falsato. E una volta accertata la malattia? L’unica terapia disponibile, ad oggi, è la dieta senza glutine, da seguire per tutta la vita. Non è un’opzione dettata da tendenze del momento, non è una moda dimagrante, ma una necessità medica. Sbagliare alimentazione, anche per sbaglio, significa riattivare l’infiammazione e danneggiare l’intestino. E qui entra in gioco lo Stato. Dal 2005, la celiachia è riconosciuta come “malattia sociale”, con una normativa che garantisce alle persone diagnosticate l’erogazione gratuita di alimenti senza glutine specificamente formulati. Non si tratta di prodotti qualsiasi, ma di alimenti certificati, con limiti di spesa mensili differenziati: 110 euro per gli uomini adulti, 90 per le donne. Nel 2024, l’Italia ha stanziato circa 273 milioni di euro per questo scopo; di questi, 26 milioni sono arrivati in Campania, con una spesa media pro-capite di oltre 1.071 euro. Soldi pubblici che traducono in concreto il diritto alla salute, ma che richiedono anche formazione continua per gli operatori del settore alimentare, affinché il rischio di contaminazione sia gestito con competenza. Ma c’è una notizia che merita di essere raccontata con orgoglio. L’Italia è diventata il primo paese al mondo a introdurre uno screening pediatrico universale per la celiachia. Non un test riservato a chi presenta sintomi o fattori di rischio, ma un controllo accessibile a tutti i bambini durante le visite di routine. Un semplice prelievo del sangue per cercare anticorpi specifici, integrato nel normale percorso di crescita. Perché la tempestività, in questa malattia, fa la differenza: diagnosticare precocemente significa intervenire subito, evitare complicazioni, permettere al bambino di condurre una vita normale. E in caso di positività, le famiglie non vengono lasciate sole: ricevono supporto, informazioni, indicazioni pratiche per gestire la dieta e la quotidianità. È un modello che guarda al futuro, che investe in prevenzione invece di correre ai ripari quando il danno è fatto. E mentre la ricerca scientifica continua a lavorare per comprendere meglio i meccanismi della celiachia, con l’obiettivo, un giorno, di trovare terapie più efficaci o persino una cura, questo approccio rappresenta già oggi un traguardo importante. Perché la salute dei bambini non è un capitolo a sé: è il fondamento del benessere di tutta la società. Restano, certo, le sfide aperte. Ridurre i tempi di diagnosi, potenziare la formazione nelle scuole e nella ristorazione, garantire che il supporto economico arrivi a chi ne ha davvero bisogno. Ma i passi avanti ci sono. E in una regione come la Campania, dove i casi sono numerosi e il tessuto sociale è complesso, ogni sforzo in più conta. Perché dietro ogni numero c’è una persona. E dietro ogni diagnosi tempestiva, c’è una vita che può continuare senza dover rinunciare a nulla, tranne, appunto, al glutine. Alberto Salvatores

Caso Vassallo, cade l’ipotesi depistaggio: Cagnazzo è fuori dall’inchiesta

Il gup di Salerno proscioglie l’ufficiale dei carabinieri: “Prove insufficienti per il processo” Dopo quasi 16 anni dall’uccisione del sindaco pescatore, il giudice archivia le accuse di concorso in omicidio e traffico di droga. La Procura: “Decisione errata, faremo appello”. Ma gli esecutori restano ignoti Cinque settembre 2010: Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Pollica, viene assassinato a colpi di pistola mentre rientra a casa. Un delitto che ha scosso le coscienze, trasformandolo in un simbolo di legalità. Sedici anni dopo, mentre il nome di Vassallo continua a essere invocato come esempio di resistenza alla criminalità, un capitolo cruciale di quella storia si chiude con un colpo di scena giudiziario. Il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Salerno, Giovanni Rossi, ha prosciolto il tenente colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo da tutte le accuse: né concorso nell’omicidio, né partecipazione a un’associazione dedita al traffico di stupefacenti, né tantomeno attività di depistaggio. Una decisione netta, motivata in poco più di cinque pagine, che ribalta l’impianto accusatorio costruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Salerno in anni di indagini. Ma andiamo con ordine. Chi è Cagnazzo? Ufficiale dell’Arma, negli anni successivi all’omicidio Vassallo era finito nel mirino della procura con un’accusa pesante: secondo i pm Elena Guarino e Raffaele Cantone, non avrebbe partecipato materialmente all’esecuzione, ma avrebbe orchestrato una regia occulta per depistare le indagini. L’obiettivo? Proteggere un’organizzazione criminale dedita allo spaccio nel porto di Acciaroli, scoperta, secondo l’accusa, proprio da Vassallo. Un movente che avrebbe legato il delitto al narcotraffico, e Cagnazzo a quel mondo. Peccato che, per il gup, questa ricostruzione non regga. Nelle motivazioni della sentenza si legge chiaro: mancano riscontri concreti, prove solide, elementi che possano sostenere “con ragionevole previsione di condanna” un eventuale rinvio a giudizio. Il cuore della decisione sta nella valutazione delle prove. E qui il quadro si fa fragile. Molte delle accuse a Cagnazzo poggiano su dichiarazioni indirette, voci di corridoio, ricostruzioni a catena. Prendiamo Pierluca Cillo: nei giorni successivi all’omicidio avrebbe raccontato a parenti e conoscenti che Vassallo aveva scoperto un traffico di droga e che Cagnazzo era coinvolto. Ma Cillo avrebbe poi ritrattato, ammettendo che si trattava di sue supposizioni, non di fatti accertati. Stesso discorso per Romolo Ridosso, definito dal giudice “reticente, ondivago e contraddittorio”, e per Eugenio D’Atri, le cui dichiarazioni sono state dichiarate inutilizzabili dalla Cassazione. In sintesi: l’accusa ha costruito un castello probatorio su fondamenta di sabbia. Eppure, la procura non ci sta. Dopo il proscioglimento, la Direzione distrettuale antimafia ha depositato un appello articolato in 25 pagine, criticando aspramente la sentenza. Il punto dolente? Il contrasto tra la mole dell’indagine, oltre mille pagine del Ros, più di 800 pagine tra richiesta cautelare e ordinanza, e la sintesi, quasi lapidaria, con cui il gup ha liquidato l’intero impianto. Per i pm, si è perso un patrimonio investigativo di notevole consistenza; per il giudice, quella mole di carte non basta se manca il nesso probatorio decisivo. Resta il fatto che l’omicidio Vassallo, a distanza di quasi sedici anni, non ha ancora un colpevole definitivo. Gli esecutori materiali? Ignoti. Gli organizzatori? Ignoti. E ora anche l’ipotesi di un coinvolgimento istituzionale nel depistaggio è caduta. Una situazione che pesa come un macigno sulla comunità di Pollica e sull’intera Campania. Perché dietro le carte processuali ci sono domande ancora aperte: chi ha voluto la morte di un sindaco che lottava contro l’illegalità? Quali interessi ha calpestato? E soprattutto: la giustizia riuscirà mai a dare una risposta definitiva? L’appello della procura rimette in moto la macchina giudiziaria. Ma intanto, il proscioglimento di Cagnazzo segna un punto di non ritorno: o si trovano prove nuove, solide, inconfutabili, o il rischio è che il caso Vassallo resti per sempre una ferita aperta. Una lezione, forse, su quanto sia delicato il confine tra sospetto e certezza, tra indizio e prova. E su quanto sia difficile, in storie complesse come questa, distinguere la verità dal rumore di fondo. Alberto Salvatores