MOF Aversa, 7 anni di abbandono. La Lega effettua un sopralluogo e denuncia: cantiere fermo nonostante i termini

A distanza di 7 anni dalla chiusura parziale del MOF di Aversa, che ha causato la perdita del lavoro per decine di famiglie dell’agro aversano, il mercato ortofrutticolo resta una ferita aperta per il territorio. Oggi una delegazione della Lega, guidata dal Vice Coordinatore cittadino Tommaso Longobardi e dal Segretario dei Giovani Raffaele Pappalardo, ha effettuato un sopralluogo all’interno della struttura. Quello che abbiamo trovato è lo stato di totale abbandono che i lavoratori e le famiglie del MOF denunciano da anni”, dichiara Tommaso Longobardi . “Nonostante l’appalto sia stato formalmente aggiudicato e il termine ultimo per la conclusione dei lavori sia fissato per ottobre, il cantiere è completamente fermo. Non ci sono operai, non ci sono macchinari, non c’è alcuna attività”. Una situazione che il Segretario dei Giovani della Lega definisce “inaccettabile”: “Parliamo di un’infrastruttura strategica per l’economia locale. 7 anni di chiusura hanno significato licenziamenti, famiglie in difficoltà e un comparto che ha perso competitività. Ora ci dicono che i lavori dovrebbero finire ad ottobre , ma i fatti smentiscono le promesse. Qui non si muove una pietra”.“Il MOF non può rimanere una cattedrale nel deserto. Aversa e tutto l’agro meritano risposte concrete, non altri rinvii. Vigileremo perché questa volta le scadenze vengano rispettate”, concludono i due esponenti leghisti.

Mafalda Luongo, la morte dopo i dolori alla schiena: il figlio denuncia il Pineta Grande Hospital

La morte di Mafalda Luongo, settantacinque anni, non è solo un lutto privato per la famiglia Papa di Castel Volturno. È diventata il centro di un’indagine giudiziaria che scuote le fondamenta del Pineta Grande Hospital. Una storia fatta di attese e una corsa contro il tempo finita nel silenzio della Terapia Intensiva. Tutto inizia la mattina del 3 giugno scorso. Mafalda arriva al Pronto Soccorso accompagnata dal figlio Massimo. Si lamenta di forti dolori alla schiena, un malessere diffuso che sembra banale, quasi routine. Ma i numeri raccontano un’altra storia: la pressione è alle stelle, 190 su 90. Un campanello d’allarme che squilla forte nelle orecchie di qualsiasi medico. Dopo un’ora di attesa nell’anonimo corridoio ospedaliero, accade l’impensabile. La donna perde conoscenza. Quando riprende i sensi, non parla più di schiena. Urla per una cefalea violenta, improvvisa, devastante. Massimo, preoccupato, chiede esami approfonditi. Vorrebbe capire cosa sta succedendo dentro quel corpo fragile. La risposta del personale è farmacologica: calmanti e antidolorifici. Una cura chimica cala sulla diagnosi, mentre il quadro clinico reale resta nell’ombra. Solo dopo le insistenti richieste del figlio arriva una Tac cranica. Mezz’ora dopo, il verdetto del medico di turno: la paziente può tornare a casa. Il quadro è sotto controllo, dice. Basta aspettare che i farmaci facciano il loro corso. Massimo guarda sua madre, in preda al dolore, e sente che qualcosa non quadra. È impossibile dimetterla così. Lo dice al dottore, ma viene rassicurato. La situazione è gestita. Poi, attorno alle 14, arriva una nuova comunicazione: è stato fatto un prelievo di sangue. Risultato? Grave infezione delle vie urinarie. Serve una flebo. C’è un dettaglio, però, che gelà il sangue al figlio. Lui era lì, accanto al letto. Non ha visto eseguire il prelievo. Come può esserci un risultato? È un buco nero nella ricostruzione ufficiale, un’incongruenza che la denuncia-querela presentata ai carabinieri della Tenenza di Castel Volturno sottolinea con forza. Il pomeriggio scivola verso il tragico. Poco prima delle 17, mentre Mafalda deve sottoporsi a una seconda Tac, il suo corpo cede. Arresto cardiorespiratorio. Codice Rosso. Viene trasferita d’urgenza in rianimazione, poi in Terapia Intensiva. È in coma farmacologico, intubata, aggrappata alla vita attraverso macchinari. Gli esami, quelli veri, mostrano ora il disastro: globuli bianchi fuori norma, glicemia a 300, emogasanalisi compromessa seriamente. È lo shock settico che avanza, invisibile fino a quel momento, ora esploso in tutta la sua ferocia. Alle 23:30, il telefono squilla. Dalla Terapia Intensiva comunicano il decesso. Causa ufficiale: arresto cardiaco. Per Massimo e la sua famiglia, quella telefonata arriva troppo tardi e lascia troppe domande senza risposta. La Procura di Santa Maria Capua Vetere ha aperto un fascicolo. I nomi degli indagati sono: Brigida Di Palma, il medico di servizio; Anna Maria Ferriello, amministratore delegato dell’ospedale; Giuseppe Matarazzo, direttore sanitario. Le accuse? Omicidio colposo, responsabilità colposa per morte in ambito sanitario, falsità ideologica. Si ipotizza che i sintomi neurologici acuti siano stati sottovalutati, che la diagnosi dell’infezione sia arrivata con un ritardo fatale e che si sia tentato di dimettere una paziente in imminente shock settico. Ieri 30 giugno è stato conferito l’incarico per l’autopsia. La verità scientifica dovrà fare luce su quelle ore confuse. Castrese, il marito, e gli altri figli Francesco e Giuseppe, assistiti dagli avvocati Vincenzo D’Angelo e Angelo Raucci, aspettano risposte. Non cercano vendetta, ma giustizia. Vogliono sapere se quel dolore alla schiena era solo l’inizio di una fine annunciata. Il Pineta Grande Hospital è ora sotto la lente d’ingrandimento della legge. E mentre l’inchiesta procede, resta il vuoto lasciato da Mafalda, una donna andata via tra incomprensioni e silenzi assordanti, lasciando dietro di sé una famiglia distrutta e un sistema sanitario chiamato a rispondere dei atti. La notte del 3 giugno non ha portato solo il buio, ma anche i primi passi di un’indagine che promette di scavare a fondo, senza sconti, per ricostruire ogni singolo istante di quella giornata maledetta. Alberto Salvatores

Chiarimento e smentita riguardo all’articolo dal titolo Raccordo Anulare e Viabilità Circolare: due progetti con un’unica matrice”, pubblicato sul n.12 A XVIII di Osservatorio Cittadino del 21 giugno 2026

A chiarimento di quanto riportato sull’articolo dal titolo “Raccordo Anulare e Viabilità Circolare: due progetti con un’unica matrice”, pubblicato sul n.12 A XVIII di Osservatorio Cittadino del 21 giugno 2026 e a smentita di quanto potrebbe intendersi da una lettura dell’articolo stesso circa l’attribuzione della paternità del progetto relativo ad una viabilità alternativa che dovrebbe interessare i comuni a sud di Aversa per collegarla agli assi viari esistenti, si specifica che l’On. Marco Villano nel suo intervento non ha mai asserito che il progetto relativo alla “viabilità circolare” fosse stato da lui ideato e realizzato e che nel suo intervento ha solo esplicitato e esposto il Masteplan e le ingenti risorse ad esso collegate precisando che è sua intenzione adoperarsi affinché possano essere realizzati tre grandi interventi: uno di natura infrastrutturale con il raccordo anulare, un altro di natura agricola paesaggistica con il recupero delle alberate di viti di asprinio e, infine uno che preveda un sistema di mobilità extraurbana pubblica sostenibile. Questo è quanto volevasi riportare nell’articolo succitato e ci scusiamo se la stesura dello stesso possa aver ingenerato un’idea diversa da quella appena riportata. Per finire, rivolgiamo un plauso per l’impegno profuso finora dall’On. Marco Villano per proporre idee e soluzioni a problematiche sovracomunali che da tempo affliggono il nostro territorio.

La vita in città tra aggressioni, guerriglia urbana, baby gang e microcriminalità. Dov’è finita la sicurezza urbana?

Basta uno sguardo sbagliato, un timido tentativo di reazione o anche una qualsiasi banale scusa per essere presi di mira da bande di criminali che spesso sfogano la loro repressione e le loro frustrazioni aggredendo, bullizzando, offendendo e malmenando i poveri malcapitati che incontrano nel loro vacuo girovagare. Se a questo aggiungiamo che le città sono popolate, soprattutto nelle zone periferiche ma oggi anche in pieno centro cittadino, da criminali dediti ai più svariati atti illeciti, dai furti allo spaccio, dalle rapine alle aggressioni, si fa presto a capire che la realtà contemporanea si trova di fronte ad una problematica di grande rilievo che limita pesantemente uno dei beni più preziosi dell’essere umano: la libertà. Intesa come possibilità di vivere e di spostarsi serenamente e in qualsiasi luogo a qualsivoglia orario. Un diritto inviolabile e ineludibile che dovrebbe essere assicurato e garantito dallo Stato. Per questo motivo, la sicurezza urbana costituisce una tematica di crescente rilevanza nel panorama politico, istituzionale e sociale contemporaneo. Non è un caso che, negli ultimi anni, siano stati adottati numerosi interventi normativi, tra decreti e disegni di legge, finalizzati a individuare strumenti e strategie in grado di migliorare la vivibilità degli spazi urbani e rafforzare la percezione di sicurezza dei cittadini. La sicurezza urbana non riguarda esclusivamente la prevenzione e il contrasto dei fenomeni criminosi, ma comprende un insieme più ampio di condizioni che incidono sulla qualità della vita, sulla fruibilità degli spazi pubblici e sul benessere della collettività. La crescente percezione di insicurezza, unitamente alle sfide che le amministrazioni centrali e locali sono chiamate a gestire quotidianamente, ha contribuito a collocare tale tematica al centro delle politiche pubbliche. In un contesto caratterizzato da profondi processi di trasformazione urbana, fenomeni quali la criminalità diffusa, il degrado ambientale e urbano, l’esclusione sociale e le diverse forme di marginalità continuano a rappresentare fattori di criticità che incidono negativamente sulla qualità della vita nelle città. Per tale ragione, la sicurezza urbana è oggi concepita come un concetto multidimensionale, che richiede interventi integrati capaci di coniugaanche online re misure di controllo del territorio, politiche di inclusione sociale e strategie di riqualificazione urbana. Le cause alla base delle problematiche connesse alla sicurezza urbana sono molteplici e spesso interconnesse. Tra queste figurano i processi migratori, i cambiamenti demografici e socio-economici, l’indebolimento delle reti di solidarietà sociale, nonché le condizioni di degrado che interessano alcune aree urbane, in particolare quelle periferiche. Tali fattori possono contribuire ad accrescere situazioni di vulnerabilità sociale e a favorire l’insorgenza di fenomeni di devianza e criminalità. In questa prospettiva, la sicurezza non può essere ridotta alla sola repressione dei reati, ma deve essere interpretata come il risultato di un insieme di politiche volte a promuovere la coesione sociale, la qualità degli spazi urbani e la partecipazione attiva della cittadinanza. Ne deriva la necessità di adottare un approccio integrato, capace di coinvolgere istituzioni, forze dell’ordine, enti territoriali e società civile. Tra gli interventi maggiormente rilevanti per il miglioramento della sicurezza urbana possono essere individuati: il rafforzamento della collaborazione tra le diverse forze di polizia attraverso un più efficace scambio informativo e l’impiego di tecnologie innovative, quali sistemi avanzati di videosorveglianza e strumenti di analisi dei dati; una maggiore valorizzazione del ruolo delle Regioni e degli enti locali nella programmazione e gestione delle politiche di sicurezza, accompagnata da adeguate risorse f inanziarie e organizzative; infine, investimenti mirati nelle aree periferiche mediante il potenziamento delle infrastrutture sociali, educative, culturali e sportive, al fine di contrastare i fenomeni di marginalizzazione e favorire percorsi di inclusione e sviluppo sociale. In conclusione, la sicurezza urbana rappresenta una sfida complessa che richiede risposte articolate e multidisciplinari. Solo attraverso il coordinamento tra politiche di prevenzione, inclusione sociale e controllo del territorio sarà possibile costruire città più sicure, inclusive e sostenibili, capaci di garantire ai cittadini non soltanto protezione dai fenomeni criminali, ma anche condizioni di vita dignitose e opportunità di piena partecipazione alla vita della comunità. Restituiamo, dunque, la libertà ai cittadini. VINCENZO SAGLIOCCO

Patrizio Spasiano, chiuse le indagini: cinque indagati rischiano il processo per la morte dell’operaio

A quasi un anno dalla tragedia che sconvolse il mondo del lavoro in provincia di Caserta, la Procura di Napoli Nord ha chiuso le indagini sulla morte di Patrizio Spasiano, il giovane operaio napoletano deceduto il 10 gennaio 2025 all’interno dello stabilimento Frigocaserta di Gricignano d’Aversa. Il ragazzo aveva appena 19 anni e lavorava da poche settimane nel cantiere impegnato nell’ampliamento dell’area industriale. Il sostituto procuratore Josè Criscuolo ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari a cinque persone ritenute coinvolte, a vario titolo, nella gestione delle attività lavorative e della sicurezza del cantiere. Si tratta del legale rappresentante della Frigocaserta e committente dei lavori, del datore di lavoro del giovane operaio, del preposto di cantiere, del coordinatore della sicurezza e del responsabile dei lavori. Secondo l’impostazione accusatoria, agli indagati vengono contestati il reato di omicidio colposo e una serie di presunte violazioni delle norme sulla tutela dei lavoratori. Per la Procura, tali omissioni avrebbero avuto un ruolo determinante nella catena di eventi culminata con la morte del diciannovenne. La ricostruzione dell’accaduto parte dalla mattina del 10 gennaio. Patrizio Spasiano si trovava insieme ad altri operai nell’area della sala macchine dello stabilimento, dove erano installati impianti collegati ai sistemi di refrigerazione. I lavoratori stavano effettuando alcune misurazioni quando si verificò una fuoriuscita di ammoniaca da una conduttura. La nube tossica invase rapidamente la zona interessata dall’intervento. Tre operai riuscirono ad allontanarsi in tempo, riportando comunque conseguenze per l’intossicazione. Patrizio, invece, che in quel momento si trovava su un trabattello, non riuscì a mettersi in salvo. I soccorsi si rivelarono inutili. L’esposizione al gas provocò un grave edema polmonare acuto che ne causò il decesso. Gli investigatori ritengono che l’incidente sia stato innescato dalla rottura di un manometro, avvenuta dopo l’urto con il trabattello utilizzato durante le lavorazioni. Da qui l’ipotesi che non siano state adottate tutte le misure necessarie per prevenire l’accesso di personale non specializzato in un’area caratterizzata dalla presenza di sostanze particolarmente pericolose. Le contestazioni formulate dalla Procura riguardano, tra gli altri aspetti, la valutazione del rischio ammoniaca, l’informazione sui pericoli presenti nel sito produttivo, l’aggiornamento dei piani di sicurezza e il controllo delle procedure operative delle imprese coinvolte nel cantiere. Mentre si avvicina la possibile richiesta di rinvio a giudizio per la morte di Spasiano, resta aperto anche un altro fronte giudiziario legato allo stesso stabilimento. Il prossimo 30 giugno prenderà infatti il via davanti al Gup del Tribunale di Napoli Nord il processo per la morte di Pompeo Mezzacapo, operaio di 39 anni di Capodrise, deceduto il 31 dicembre 2024 dopo essere stato travolto da un carrello elevatore ribaltatosi durante le operazioni di lavoro. Due tragedie avvenute a distanza di appena dieci giorni nello stesso sito produttivo e che hanno riacceso il dibattito sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro. GIOSUÈ PRINCIPATO