La Virtus Aversa lascia il PalaJacazzi e si fonde con il Team Volley Napoli

La notizia era nell’aria da qualche settimana, ma adesso è ufficiale e fa male lo stesso. La Virtus Aversa, dopo due stagioni in Serie A2 di pallavolo maschile culminate con una semifinale playoff, non giocherà più al PalaJacazzi. La società si fonde con il Team Volley Napoli e dalla prossima stagione sposterà la propria base nel capoluogo campano. A comunicarlo è il presidente Sergio Di Meo, con una nota pubblica che non lesina parole dure verso le istituzioni locali, il tessuto imprenditoriale cittadino e una città che, a suo dire, non ha mai davvero abbracciato il progetto. Una scelta sofferta, costruita nel tempo, che Di Meo giustifica con due ragioni distinte: il sogno della Superlega, il campionato più importante al mondo, e l’impossibilità concreta di continuare a reggere i costi di un progetto di alto livello senza adeguati supporti territoriali. Nel comunicato del presidente non c’è diplomazia. C’è amarezza, quella vera, di chi ha investito anni e risorse in un progetto che sente di aver portato avanti quasi da solo. “La politica cittadina non ha mai davvero compreso il valore e la portata di questo progetto”, scrive Di Meo. E aggiunge che dopo l’annuncio della fusione, invece di un confronto o anche solo di una telefonata, è arrivato soltanto silenzio. Un silenzio che, nelle sue parole, “fa più rumore di qualsiasi parola”. Anche il sostegno economico è mancato. Il tessuto imprenditoriale locale non ha garantito le risorse necessarie per sostenere un campionato di vertice. E sugli spalti, ammette il presidente con onestà, i tifosi fedeli c’erano, e a loro va la sua gratitudine, ma erano troppo pochi rispetto al livello che la squadra stava cercando di raggiungere. Di Meo ci tiene a fare una distinzione che considera fondamentale: questo non è un abbandono. È una scelta strategica, maturata dopo mesi di resistenza e tentativi andati a vuoto. Con gli amici napoletani, dice, è nata subito una visione condivisa, un progetto strutturato con basi più solide. Nei prossimi giorni verranno resi noti il nuovo organigramma, il nome della squadra e la sede delle partite. Anticipa già che ci sarà “un graditissimo ritorno” capace di far felici i tifosi storici. Il PalaJacazzi, chiude il presidente, resterà per sempre casa. Ma quella struttura, aggiunge con lucidità, non sarebbe stata comunque adeguata agli standard della Superlega. Se il sogno fosse diventato realtà, il trasferimento sarebbe stato inevitabile in ogni caso. Resta una città che perde la sua squadra di volley. E un presidente che se ne va con il cuore spezzato, ma con il progetto ancora vivo. Giuseppe Cristiano
Campi Flegrei: convivere con un supervulcano non è per niente facile

Monitoraggio continuo, piani di evacuazione e il nodo della corretta informazione: la sfida di un’area vulcanica abitata da 1,5 milioni di persone C’è un posto, a Pozzuoli, dove la storia si legge guardando in alto. Le colonne del Tempio di Serapide, antico mercato romano, portano incisi i segni di un fenomeno unico al mondo: i fori lasciati dai litodomi, molluschi che vivono a pelo d’acqua, raccontano di un suolo che si è abbassato e sollevato più volte nel corso dei secoli. Non è una metafora. È la fotografia viva del bradisismo, il “respiro” lento e potente dei Campi Flegrei. E da qualche tempo, quel respiro sembra essersi fatto più frequente. Sotto la superficie di quest’area, che si estende per una dozzina di chilometri tra Pozzuoli, il Golfo di Napoli e parte della costa campana, non c’è un vulcano conico come il Vesuvio. C’è una caldera: una vasta depressione formatasi dopo antichi collassi del terreno, un sistema complesso di camere magmatiche, fratture, fumarole. Un gigante silenzioso, attivo da oltre ottantamila anni, che ha scritto pagine decisive nella storia geologica del pianeta. L’eruzione di 39.000 anni fa, per dire, fu così violenta da influenzare il clima di tutto il pianeta. Eppure, l’ultima eruzione documentata risale al 1538: in una settimana nacque il Monte Nuovo, un cono di tufo alto più di cento metri. Da allora, stasi. Ma non silenzio. Negli ultimi mesi, i sismografi hanno registrato un’intensificazione dell’attività. L’ultimo episodio di rilievo si è avuto lo scorso 21 maggio 2026 alle 5:50, con uno sciame sismico con un picco di magnitudo 4.4. È l’ennesimo evento sismico, questa volta un po’ più forte del solito, che tiene alta l’attenzione. Il suolo si è continuato a sollevare, a ritmi che in alcune fasi passate hanno superato quelli registrati durante la crisi bradisismica degli anni Settanta e Ottanta, quando Pozzuoli si innalzò di circa due metri e migliaia di famiglie furono evacuate. Oggi, la domanda che circola tra i cittadini, amplificata dai social e a volte distorta dall’ansia, è sempre la stessa: cosa sta succedendo davvero? La comunità scientifica, coordinata dall’Osservatorio Vesuviano e dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, risponde con prudenza e dati concreti. Non ci sono, al momento, segnali inequivocabili di un’eruzione imminente. Il vulcano è attivo, sì, ma l’attività in corso potrebbe rientrare in una dinamica naturale di assestamento. Due sono le ipotesi principali sul tavolo: la risalita lenta di magma, che aumenterebbe la pressione sotterranea, o l’accumulo di gas e fluidi caldi, che potrebbero scaricarsi attraverso esplosioni di vapore o sciami sismici più intensi, senza necessariamente sfociare in un’eruzione. La vulcanologia, va ricordato, è una scienza giovane: tra il 1990 e il 2013, solo il 19% delle previsioni eruttive si è rivelato corretto. Per questo, il monitoraggio è costante, capillare, in tempo reale. Sensori distribuiti sul territorio misurano deformazioni del suolo, emissioni gassose, variazioni sismiche. Un sistema di allerta a semaforo verde, giallo, arancione, rosso, guida le procedure di risposta. Dal 2012, il livello è giallo: attenzione, non allarme. Ma la vera sfida, forse, non è solo geologica. È umana. Oltre un milione e cinquecentomila persone vivono all’interno della caldera. Napoli è probabilmente l’unica metropoli al mondo costruita sopra un sistema vulcanico attivo. La densità abitativa, l’espansione urbana, episodi di abusivismo edilizio, si stima che il 20% delle abitazioni in zona rossa siano irregolari, complicano qualsiasi scenario di gestione del rischio. Il piano di evacuazione prevede la suddivisione del territorio in zona rossa (da evacuare immediatamente in caso di allarme) e zona gialla (dove i rischi principali sono legati alla caduta di cenere). Il tempo massimo stimato per l’evacuazione è di settantadue ore. Organizzare la fuga ordinata di mezzo milione di residenti, con circa 300.000 veicoli in circolazione, in un’area con infrastrutture spesso al limite, non è un esercizio teorico. È una questione di logistica, comunicazione, fiducia. E qui entra in gioco il fattore più delicato: la percezione. Il Vesuvio, con la sua sagoma iconica, incute un timore visivo immediato. I Campi Flegrei, invece, sono un vulcano “nascosto”: nessun cono svettante, nessun pennacchio di fumo. La minaccia è invisibile, sotterranea, e questo può generare due reazioni opposte: sottovalutazione o ansia paralizzante. I social media, spesso, alimentano la seconda. Video fuori contesto, titoli sensazionalistici, teorie prive di fondamento circolano velocemente, distorcendo il messaggio scientifico. Per questo, istituzioni e ricercatori stanno lavorando su una comunicazione più chiara, continua, trasparente. Non basta informare in emergenza. Serve costruire, giorno per giorno, una cultura della consapevolezza. Cosa succederebbe, concretamente, in caso di eruzione? Lo scenario più probabile, secondo gli esperti, non è l’apocalisse globale. È un evento di media intensità, simile a quello del 1538: formazione di una colonna eruttiva, possibile emissione di flussi piroclastici (nubi ardenti di gas e detriti che viaggiano a centinaia di chilometri orari), caduta di cenere su aree limitate. Anche un’eruzione “modesta”, però, avrebbe impatti significativi su un territorio così densamente popolato: danni a edifici, interruzioni di servizi, rischi per la salute respiratoria. Per questo, la prevenzione non è un optional. È l’unica strada percorribile. La cosiddetta “Legge Campi Flegrei” cerca di dare una risposta strutturale: rimappatura degli edifici, microzonazione sismica, interventi di messa in sicurezza, fondi per la ricerca. Ma le leggi, da sole, non bastano. Servono risorse costanti, pianificazione a lungo termine, e soprattutto un patto di fiducia tra chi studia il vulcano, chi amministra il territorio e chi ci vive. La paura non si combatte con il silenzio, né con l’allarmismo. Si combatte con la conoscenza. Alla fine, la lezione dei Campi Flegrei è più ampia. Ci ricorda che la Terra è un sistema dinamico, in continuo movimento. Che convivere con il rischio fa parte della storia umana, specialmente in un Paese geologicamente vivace come l’Italia. E che la vera resilienza non nasce dall’ignorare il pericolo, ma dal prepararsi ad affrontarlo con lucidità, solidarietà, competenza. Le colonne del Tempio di Serapide sono ancora lì, a testimoniare i movimenti del suolo. Noi, oggi, abbiamo un vantaggio in più: la scienza. Sta a noi usarla non per generare ansia,
Terra dei Fuochi: in cinque mesi sequestrati 279 siti produttivi, 34 persone arrestate, elevate quattro milioni di euro di sanzioni

Non è un bollettino di guerra, anche se i numeri potrebbero trarre in inganno. Sono cifre che raccontano un cambio di passo, lento ma tangibile, in un territorio che da decenni si porta addosso un’etichetta pesante come un macigno. Nei primi cinque mesi del 2026, tra le province di Napoli e Caserta, le forze dell’ordine hanno messo le mani su 279 siti produttivi, sequestrato 529 veicoli, elevato sanzioni amministrative per quasi quattro milioni di euro e, soprattutto, arrestato trentaquattro persone. Il confronto con l’anno precedente non lascia spazio a dubbi: a maggio 2025 gli arresti erano quattro, i sequestri centoventuno. Oggi, la macchina del controllo gira a un ritmo che fino a poco tempo fa sembrava irraggiungibile. E non è un caso. A Palazzo Chigi, sotto la regia del sottosegretario Alfredo Mantovano, si è fatto il punto. Non una riunione di routine, ma un vertice operativo dove sedevano attorno allo stesso tavolo il capo della Polizia Vittorio Pisani, i procuratori Nicola Gratteri e Domenico Airoma, i prefetti Michele di Bari e Lucia Volpe, il commissario unico per le bonifiche Giuseppe Vadalà e una sfilza di rappresentanti di ministeri, forze dell’ordine, agenzie ambientali e della Regione Campania. L’obiettivo era chiaro, quasi chirurgico: verificare i frutti del piano straordinario varato con il decreto legge 116 dell’agosto 2025 e capire se, finalmente, si è passati dalla cronaca emergenziale alla strategia strutturale. Perché i numeri salgono così in fretta? La risposta non sta nei proclami, ma nei metodi. Le fototrappole, per esempio, non sono più semplici telecamere abbandonate nei rovi o lungo i tratturi: sono diventate gli occhi di un sistema che, in pochi mesi, ha portato a sei arresti in flagranza differita. Tra Giugliano, Caivano e Boscoreale, i dispositivi hanno inchiodato chi pensava di poter agire al buio. Nel Parco nazionale del Vesuvio, un sessantenne è stato fermato entro quarantotto ore dal lancio di un innesco incendiario su un cumulo di rifiuti. Quattro denunce per sversamenti tra Trentola Ducenta e Caserta. E poi c’è il caso della cava sequestrata nel Casertano: trecentoquarantamila metri cubi di rocce e terre di scavo, presumibilmente legati ai cantieri Tav, gestiti fuori da ogni regola di tracciabilità. Non si tratta più di piccoli trafficanti improvvisati. È un’industria parallela che, però, sta cominciando a perdere colpi. Ma il controllo, da solo, non basta. Lo sanno bene a Roma, dove si è parlato senza giri di parole di continuità operativa e finanziaria. Perché spegnere i riflettori significherebbe solo dare respiro a chi quel respiro non se lo merita. Ecco perché, dal quindici giugno, scatteranno servizi supplementari e nuove postazioni di videosorveglianza, finanziati con due milioni di euro dal ministero dell’Interno per cinquantasei comuni tra Napoli e Caserta. Ecco perché sono stati assunti ventitré tecnici specializzati nell’analisi chimica dei rifiuti, otto per l’Arpac, quindici per l’Ispra, figure che prima mancavano e che ora possono trasformare un sospetto in prova scientifica, accelerando i tempi delle indagini. E non è finita: un nuovo protocollo regionale con la Camera di Commercio di Napoli e l’Albo dei Gestori Ambientali metterà a disposizione di forze dell’ordine ed Esercito un database integrato, consultabile anche tramite app dedicate. Incrociare dati, incrociare responsabilità. La tracciabilità diventa l’arma principale. Eppure, sequestrare e arrestare è solo metà del lavoro. L’altra metà, quella più lenta e decisamente più costosa, si chiama bonifica. Ed è qui che le parole degli operatori si fanno più caute, più reali. Le bonifiche richiedono tempo e risorse stabili, è il monito che risuona dopo il vertice. Servono strumenti economici continuativi, non tamponi dell’ultimo minuto. Serve vigilanza costante sulla salute pubblica, perché ogni metro quadrato di terra avvelenata è un debito con le generazioni future. Ma c’è un punto che va oltre le pratiche amministrative e tocca la pelle stessa di queste comunità: togliere di dosso a queste province l’etichetta infamante di “Terra dei Fuochi”. Non per nascondere le criticità, sia chiaro. Ma per raccontare anche l’altro lato della medaglia. La resilienza di chi resta. L’ostinazione di chi coltiva, nonostante tutto. L’ospitalità verso chi arriva da lontano. La qualità di un’agricoltura che, se tutelata, può tornare a essere un vanto nazionale. I numeri di questi mesi dicono che la macchina si è messa in moto. Funziona? Sì, ma è un ingranaggio delicato. Se oggi si sequestrano quasi trecento siti, domani bisognerà decidere cosa farne. Se le fototrappole catturano i colpevoli, le istituzioni dovranno dimostrare di non perdere mai il colpo. Questa terra si riscatta con la pazienza di chi bonifica, con la fermezza di chi controlla, con la dignità di chi ci vive e ci lavora ogni giorno. E forse, per la prima volta dopo anni, quella pazienza sta trovando un riscontro concreto. Il resto, come si dice in redazione, è cronaca. Ma questa volta, speriamo, sia la cronaca di un riscatto che finalmente prende forma. Alberto Salvatores
Celiachia in Campania: 25mila pazienti e 26 milioni per gli alimenti senza glutine

La regione è terza in Italia per casi diagnosticati. Tra screening pediatrico e diagnosi in ritardo, cresce l’attenzione sulla prevenzione. Ma restano migliaia di casi sommersi. La Settimana Nazionale della Celiachia si è appena chiusa, ma i numeri che ha lasciato dietro di sé raccontano una storia che va ben oltre i sette giorni di sensibilizzazione. Parliamo di una malattia infiammatoria cronica, spesso fraintesa, che in Italia colpisce circa 280mila persone con diagnosi certificata. Di queste, quasi 25mila vivono in Campania: la terza regione per numero di casi, un dato che impone una riflessione seria su prevenzione, diagnosi e supporto. Si stima che l’1% della popolazione, circa 600mila italiani, conviva con la celiachia senza saperlo. Quattrocentomila persone rappresentano la “porzione sommersa”, con una media di sei anni che separa la comparsa dei sintomi dalla diagnosi definitiva. Un tempo lunghissimo, durante il quale il corpo paga un prezzo pesante. Partiamo da una precisazione fondamentale, perché la confusione fa danni: la celiachia non è un’allergia al glutine. È una malattia autoimmune a tutti gli effetti, scatenata dall’ingestione di glutine in soggetti geneticamente predisposti. Il glutine, quel complesso proteico presente in frumento, segale, orzo, farro e kamut, innesca una risposta infiammatoria che danneggia l’intestino tenue. I sintomi? Un vero e proprio camaleonte clinico: dalle forme classiche con diarrea, dolori addominali e perdita di peso, a manifestazioni extra-intestinali come affaticamento cronico, vomito, disturbi del comportamento alimentare e, in rari casi, complicazioni cutanee. Non è un caso che i celiaci abbiano un rischio maggiore di sviluppare altre patologie autoimmuni, come tiroiditi, diabete di tipo 1 o lupus. La diagnosi arriva attraverso un percorso preciso: esami del sangue per la ricerca di anticorpi specifici e, in caso di positività, biopsia dell’intestino tenue. Attenzione: il test va eseguito mentre si assume ancora glutine, altrimenti il risultato potrebbe essere falsato. E una volta accertata la malattia? L’unica terapia disponibile, ad oggi, è la dieta senza glutine, da seguire per tutta la vita. Non è un’opzione dettata da tendenze del momento, non è una moda dimagrante, ma una necessità medica. Sbagliare alimentazione, anche per sbaglio, significa riattivare l’infiammazione e danneggiare l’intestino. E qui entra in gioco lo Stato. Dal 2005, la celiachia è riconosciuta come “malattia sociale”, con una normativa che garantisce alle persone diagnosticate l’erogazione gratuita di alimenti senza glutine specificamente formulati. Non si tratta di prodotti qualsiasi, ma di alimenti certificati, con limiti di spesa mensili differenziati: 110 euro per gli uomini adulti, 90 per le donne. Nel 2024, l’Italia ha stanziato circa 273 milioni di euro per questo scopo; di questi, 26 milioni sono arrivati in Campania, con una spesa media pro-capite di oltre 1.071 euro. Soldi pubblici che traducono in concreto il diritto alla salute, ma che richiedono anche formazione continua per gli operatori del settore alimentare, affinché il rischio di contaminazione sia gestito con competenza. Ma c’è una notizia che merita di essere raccontata con orgoglio. L’Italia è diventata il primo paese al mondo a introdurre uno screening pediatrico universale per la celiachia. Non un test riservato a chi presenta sintomi o fattori di rischio, ma un controllo accessibile a tutti i bambini durante le visite di routine. Un semplice prelievo del sangue per cercare anticorpi specifici, integrato nel normale percorso di crescita. Perché la tempestività, in questa malattia, fa la differenza: diagnosticare precocemente significa intervenire subito, evitare complicazioni, permettere al bambino di condurre una vita normale. E in caso di positività, le famiglie non vengono lasciate sole: ricevono supporto, informazioni, indicazioni pratiche per gestire la dieta e la quotidianità. È un modello che guarda al futuro, che investe in prevenzione invece di correre ai ripari quando il danno è fatto. E mentre la ricerca scientifica continua a lavorare per comprendere meglio i meccanismi della celiachia, con l’obiettivo, un giorno, di trovare terapie più efficaci o persino una cura, questo approccio rappresenta già oggi un traguardo importante. Perché la salute dei bambini non è un capitolo a sé: è il fondamento del benessere di tutta la società. Restano, certo, le sfide aperte. Ridurre i tempi di diagnosi, potenziare la formazione nelle scuole e nella ristorazione, garantire che il supporto economico arrivi a chi ne ha davvero bisogno. Ma i passi avanti ci sono. E in una regione come la Campania, dove i casi sono numerosi e il tessuto sociale è complesso, ogni sforzo in più conta. Perché dietro ogni numero c’è una persona. E dietro ogni diagnosi tempestiva, c’è una vita che può continuare senza dover rinunciare a nulla, tranne, appunto, al glutine. Alberto Salvatores
Piazza Marconi, la polemica viaggia sul web

L’ex vicesindaco Marco Villano non ci sta e risponde a tono alle sterili critiche e difende l’operato dei tecnici L’intervento di riqualificazione di Piazza Marconi, che è iniziato la scorsa estate e che, secondo i programmi, sarebbe dovuto terminare entro il 31 dicembre 2023, sembra essere finalmente in dirittura d’arrivo. Secondo il progetto ci sarà una divisione in aree così strutturata: un’“area spartito”, che rappresenterà un omaggio al celebre compositore aversano Domenico Cimarosa; l’“area di decompressione”, in cui verrà prestata attenzione agli spazi verdi che si integreranno con la pavimentazione e dove dovrà essere inserita anche una scultura in onore dei mille anni della città; ci sarà anche un’area destinata ad attività ludiche e, infine, quella dedicata ai posti auto. Le polemiche che spesso accompagnano la vita pubblica della nostra città, vista l’importanza dell’intervento, non si sono risparmiate nemmeno questa volta. A tal proposito, ricordiamo che, per i più scettici, questi lavori andrebbero a snaturare la storica piazza aversana e il suo impianto originario; ciò che si critica maggiormente è stato il fatto di non aver previsto un parcheggio sotterraneo, che renderebbe il tutto meno caotico. A tal proposito vogliamo riprendere le parole di Marco Villano, l’ex Assessore ai Lavori Pubblici, nonché ex- vicesindaco: “Noto con rammarico che ormai lo sport preferito di alcuni leoni da tastiera è quello di criticare, criticare e poi ancora criticare, solo ed esclusivamente per il gusto infantile di farlo senza costrutto. Fintanto che queste critiche sono rivolte alla mia persona, per il ruolo amministrativo che ho svolto, non mi urtano più di tanto, perché chi come me, nonostante sia cittadino, figlio, marito e padre, prima di essere un politico, sa bene che l’esposizione pubblica è soggetta al libero giudizio degli amministrati; un giudizio che però dovrebbe limitarsi ai punti di vista politici e alle scelte amministrative e che invece spesso travalica. Quel che mi urta invece sono le critiche “indirette” al competente lavoro di professionisti. Dico “indirette” perché provano a colpire politicamente utilizzando argomenti tecnici o peggio ancora criticando quei tecnici che hanno realizzato un’opera pubblica da noi voluta”. Rispetto alla questione relativa ai posti auto l’ex vicesindaco ha argomentato in questo modo, motivando le scelte della precedente Amministrazione: “Piazza senza parcheggi? A parte il fatto che l’utilizzo delle auto dovrebbe essere limitato nel centro antico normanno, si è parlato a sproposito di parcheggi sotterranei in piazza Marconi. Ebbene, il sottoscritto ha ripreso dal dimenticatoio un progetto complessivo di recupero della piazza risalente al 2015, trovando le risorse utili per realizzarlo, ovvero 2,5 milioni di euro. Per costruire il solo parcheggio sotterraneo per almeno cento posti auto sarebbero serviti almeno 10 milioni di euro, con tempi di realizzazione decuplicati e tutto questo senza considerare le difficoltà e gli imprevisti a cui saremmo di sicuro andati incontro scavando nel sottosuolo del cuore della città medioevale. Per esempio: a Napoli aspettano ancora la Metropolitana in piazza Municipio. In piazza Marconi ci saranno più di 100 posti auto necessari per i residenti e per le attività commerciali che in questa città rappresentano un volano di sviluppo da sostenere quanto più possibile”. Nell’intervento è stato anche toccato il tema della salvaguardia del valore storico e culturale, per cui Villano ha scritto: “Premesso che storicamente lì non c’era una piazza, ma il monastero di San Gerolamo, il cui successivo abbattimento determinò un vuoto urbano, l’attuale tracciato rievoca esattamente quello dell’area della vecchia struttura, ripresa dalle planimetrie catastali storiche. In più, con l’utilizzo di diversi materiali che compongono la pavimentazione, è stato tracciato lo spartito di una composizione del nostro Domenico Cimarosa, mentre gli spazi verdi previsti sulla piazza sono ripresi da quelli del giardino dell’ex monastero. In quegli stessi spazi è previsto un “giardino delle spezie” per rievocare sia la vecchia destinazione a mercato del sabato, sia la vecchia denominazione di “Piazza delle Erbe”. In più verrà installata un’opera d’arte, ovvero una scultura pensata, disegnata e realizzata per celebrare Aversa e il suo primo millennio di storia”. Villano ha poi ringraziato i tecnici che concretamente hanno predisposto il progetto, che solo in un secondo momento è stato abbracciato, condiviso e realizzato: “Tutto questo lavoro non è merito mio, né della ex Giunta Golia, bensì dei progettisti, ai quali va il mio ringraziamento, e dei funzionari comunali Rup, Leopoldo Graziano e Lucia Borrata. Noi ex amministratori abbiamo solo trovato le risorse per realizzare il loro progetto che ci è piaciuto ed abbiamo condiviso. Certo, tutto è perfettibile e migliorabile, ma è anche vero che l’“ottimo è nemico del buono” e quella piazza per troppi anni è stata solo teatro di dibattiti inutili e polemiche a perdere, senza che nessuno avesse coraggio e voglia di intervenire per riqualificarla. Noi lo abbiamo fatto consapevoli che solo chi non lavora non sbaglia…e non eravamo stati eletti per non lavorare”. Noi aversani, intanto, possiamo solo sperare che il risultato sia all’altezza delle aspettative e che ci venga restituita una piazza realmente riqualificata, non più abbandonata a sé stessa, al buio più totale e ai parcheggiatori abusivi. Ovviamente, nel caso in cui la politica riuscisse in quest’“impresa”, anche la società civile dovrà prendersi le proprie responsabilità e fare la sua parte per preservare ciò che è di tutti e non permettere più che uno dei luoghi simbolo di una città millenaria possa nuovamente degradarsi.